La Cassazione su particolare tenuità del fatto e violenza sessuale.

La Cassazione su particolare tenuità del fatto e violenza sessuale.

Nella sentenza in commento la Suprema Corte si Cassazione ha precisato che l’istituto della particolare tenuità del fatto non possa essere applicato al reato di violenza sessuale attenuato dalla minore gravità del fatto. Ciò in quanto la pena massima edittale, una volta applicata la riduzione minima  per la diminuente prevista dall’ultimo comma dell’art. 609-bis c.p., è ampiamente superiore al limite di cinque anni di reclusione previsto per l’applicazione della speciale causa di non punibilità dall’art. 131-bis medesimo codice. Per quanto concerne l’elemento oggettivo del delitto in parola, la sentenza evidenzia che il corteggiamento (tanto più tra due persone che hanno una notevole differenza di età e che si sono conosciute da pochi minuti in occasione di un rapporto di natura professionale destinato ad esaurirsi nello spazio di una breve visita ad un sito turistico) non giustifica mai la lesione dell’altrui libertà sessuale attuata con azioni repentine.

Cassazione penale sez. III, 02/10/2018, (ud. 02/10/2018, dep. 17/12/2018), n.56668

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza del 5 giugno 2017, la Corte d’appello di Messina ha respinto il gravame proposto dall’odierno ricorrente M.A. e ha confermato la sentenza con cui il Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, all’esito del dibattimento, lo aveva ritenuto responsabile del reato di violenza sessuale commesso in danno di P.L., condannandolo alla pena di legge.
  2. Avverso la sentenza di appello ha proposto ricorso il difensore dell’imputato deducendo i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.
  3. Con il primo motivo si lamenta violazione degli artt. 178,179 e 180 c.p.p. ed il vizio di motivazione per non essere state accolte le eccezioni di nullità dedotte con il gravame e relative, per un verso, al mancato rinvio dell’udienza dibattimentale del (OMISSIS) nonostante l’impedimento a comparire addotto dall’imputato (ciò che è avvenuto in primo grado senza motivazione, in appello ritenendosi illogicamente non assoluto l’impedimento pur certificato da una struttura medica pubblica), per altro verso con riguardo all’omesso avviso all’imputato e al difensore di fiducia di un rinvio di udienza che aveva determinato l’assenza di entrambi anche per numerose, successive, udienze istruttorie. Nel rigettare quest’ultima eccezione di nullità – lamenta il ricorrente – la Corte territoriale ha erroneamente ritenuto che fosse onere della parte dedurla nel giudizio di primo grado, alla prima occasione utile, mentre, trattandosi di nullità a regime c.d. “intermedio”, la stessa può essere dedotta sino alla pronuncia della sentenza del grado successivo.
  4. Con il secondo motivo si lamenta mancanza, manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione e violazione degli artt. 43,50 e 59 c.p., per non essere stata ritenuta l’assenza di dolo o, comunque, la scriminante, anche solo putativa, del consenso dell’avente diritto, sul rilievo che le avances fatte dall’imputato nei confronti della persona offesa e addebitategli come violenza sessuale fossero sorrette dalla convinzione che l’audace corteggiamento non avesse oltrepassato i confini del lecito, non avendo la ragazza manifestato alcun dissenso al palpeggiamento del seno in prima battuta avvenuto.
  5. Con il terzo motivo si deduce violazione dell’art. 131 bis c.p. e vizio di motivazione per essere stata esclusa l’applicazione della causa di non punibilità prevista da tale disposizione, sull’errato rilievo che i limiti di pena del reato non lo consentissero, senza valutare che era stata riconosciuta la circostanza attenuante di cui all’art. 609 bis c.p., comma 3.
  6. Con il quarto motivo si lamenta violazione della legge penale per non essere stata ritenuta l’invocata prescrizione sul rilievo che, stante la sussistenza della menzionata circostanza attenuante, il reato si prescriverebbe nel termine massimo di anni sette e mesi sei.
  7. Con il quinto motivo si deduce violazione della legge penale in relazione alla denegata concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena, posto che i reati oggetto delle condanne per cui l’imputato aveva fruito del beneficio si erano estinti – il primo per amnistia, il secondo ai sensi dell’art. 167 c.p. – mentre la terza condanna era relativa a reato successivamente depenalizzato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il primo motivo di ricorso non è fondato.

L’accesso agli atti del fascicolo – consentito stante la natura processuale dell’eccezione – rivela che, effettivamente, non si tenne l’udienza del 25 maggio 2011, alla quale il processo era stato rinviato dal precedente 6 maggio, e il processo si celebrò invece il 26 maggio 2011, senza che fossero presenti, non risultando avvisati del differimento, l’imputato ed il suo difensore di fiducia (sostituito, ex art. 97 c.p.p., comma 4, da legale nominato d’ufficio), così come avvenne nelle udienze immediatamente successive.

Ciò premesso, deve osservarsi come l’omessa notifica all’imputato dell’avviso di fissazione della nuova udienza determini una nullità di ordine generale a regime intermedio, come tale sanabile se non dedotta nei termini di cui agli artt. 180 e 182 c.p.p., comma 2^, (Sez. 6, n. 25500 del 28/04/2017, B., Sez. 5, n. 17027 del 23/01/2013, Musciolà, Rv. 255503). Erroneamente, a parere del Collegio, la Corte territoriale ha tuttavia ritenuto che la nullità dovesse essere eccepita nel giudizio di primo grado ai sensi dell’art. 182 c.p.p., comma 2, prima parte, richiamando la sentenza Sez. 5, n. 26585 del 19/04/2017, Giordano, Rv. 270873, che, nel caso esaminato, ha effettivamente ravvisato tale ipotesi, ma sul presupposto che la nullità afferente alla decisione di omettere la notifica all’imputato del rinvio dell’udienza si era verificata in giudizio, presente il difensore dell’imputato, sì che ricorreva il presupposto di applicabilità della necessità dell’immediata deduzione (“quando la parte vi assiste”, recita l’incipit della norma). Ed invero, secondo un risalente – e mai smentito – orientamento, nel caso di nullità non assolute attinenti al diritto di difesa dell’imputato, la deducibilità della relativa eccezione è soggetta alla preclusione di cui all’art. 182 c.p.p., comma 2, prima parte, alla sola condizione, necessaria e sufficiente, che l’imputato sia presente ed assistito da un difensore, ancorchè nominato d’ufficio in sostituzione di quello di fiducia, non comparso (Sez. 1, n. 19691 del 02/04/2003, Bruno, Rv. 223849). Nel caso di specie, la nullità si è però verificata senza che la parte vi abbia assistito, essendo l’omissione intervenuta non già in udienza, bensì nelle more tra l’udienza del 6 e quella, nuova, del 26 maggio 2011, allorquando non è stato dato avviso del differimento.

Deve tuttavia osservarsi come la nullità sia stata sanata per il successivo intervento dell’imputato e del suo difensore, quantomeno a far tempo dall’udienza del 16 novembre 2012, alla quale – essendo nel frattempo mutata la composizione del collegio – il difensore di fiducia, presente il sig. M., dichiarò di prestare il consenso all’utilizzabilità delle prove assunte avanti al precedente collegio, così sanando, ex art. 183 c.p.p., lett. a), le nullità in precedenza verificatesi. Peraltro, le principali prove utilizzate per la decisione – comprese le dichiarazioni rese dalla persona offesa e dall’altra testimone di nazionalità francese – sono state successivamente assunte, sì che, in difetto, peraltro, di specifica contestazione, non è stato in concreto leso alcun diritto di difesa, essendosi il processo concluso, oltre due anni dopo, soltanto all’udienza del 28 gennaio 2015.

Lo stesso vale per la dedotta nullità afferente al rigetto della richiesta di rinvio dell’udienza del 27 marzo 2008, allorquando l’imputato aveva documentato di essere impedito per ragioni di salute: anche a prescindere dalla non manifestamente illogica valutazione di merito, che la Corte comunque rende, circa la mancata prova dell’assoluto impedimento, in sentenza si osserva correttamente come alcuna attività processuale rilevante per il giudizio è avvenuta a quell’udienza, essendosi le parti limitate alla richiesta di ammissione delle prove, successive reiterata a seguito della modifica della composizione del collegio. Per quanto sopra osservato, quand’anche si fosse sul punto determinata una nullità di ordine generale riconducibile all’art. 178 c.p.p., lett. c), la stessa si sarebbe dunque sanata con il consenso, prestato dall’imputato all’udienza del 16 novembre 2012, all’utilizzazione delle prove in precedenza assunte.

  1. Il secondo motivo di ricorso è invece inammissibile per manifesta infondatezza.

Con motivazione tutt’altro che illogica e senza dubbio corretta sul piano del diritto, la Corte territoriale ha innanzitutto ravvisato il contestato reato di violenza sessuale nel palpeggiamento del seno che, approfittando dell’abbraccio effettuato nel corso della ripresa di una fotografia con la persona offesa, l’imputato repentinamente attuò, ciò che la donna ha con certezza riferito nel suo esame, come pure l’amica che scattò la fotografia, e che il ricorrente non nega. Il motivo per cui la ragazza – turista straniera in vacanza in (OMISSIS), che aveva circa la metà degli anni dell’imputato, con il quale ella non aveva alcun rapporto, avendolo conosciuto da pochi minuti, svolgendo il M. il servizio di guida in un sito archeologico – non abbia sul momento reagito, è stato dalla stessa ben spiegato nell’esame e la sentenza impugnata ne dà atto: trattandosi di una persona anziana, ella aveva pensato che si fosse trattato di un gesto involontario. Ma che così non fosse, la donna lo comprese subito dopo, nel corso della breve visita, allorquando l’imputato la baciò sulla guancia e tentò di baciarla sulla bocca, suscitando – questa volta – l’immediata reazione oppositiva della vittima.

Non solo, dunque – come osserva la sentenza impugnata – la netta opposizione della ragazza in questa seconda parte della condotta non poteva essere equivocata, sì che sono destituite di fondamento le deduzioni rassegnate in ricorso circa il difetto di dolo o la sussistenza, quantomeno putativa, del consenso della persona offesa, ma per il palpeggiamento del seno in prima battuta operato nel descritto contesto tali allegazioni sono all’evidenza manifestamente infondate. Nella giurisprudenza di questa Corte, invero, è consolidato il principio secondo cui l’elemento della violenza può estrinsecarsi, nel reato di violenza sessuale, oltre che in una sopraffazione fisica, anche nel compimento insidiosamente rapido dell’azione criminosa tale da sorprendere la vittima e da superare la sua contraria volontà, così ponendola nell’impossibilità di difendersi (Sez. 3, n. 27273 del 15/06/2010, M., Rv. 247932; Sez. 3, n. 46170 del 18/07/2014, J., Rv. 260985) e una tale condotta – soprattutto in un contesto come quello del caso di specie, più sopra descritto – non può in alcun modo essere legittimata, nemmeno sul piano putativo, dal fatto che l’imputato potesse pensare di porre in essere soltanto un “audace corteggiamento”: il corteggiamento (tanto più tra due persone che, anche al di là dell’enorme differenza di età, si sono conosciute da pochi minuti in occasione di un rapporto di natura professionale destinato ad esaurirsi nello spazio di una breve visita ad un sito turistico) non giustifica mai la lesione dell’altrui libertà sessuale attuata con azioni repentine come questa descritta. L’evidenza della conclusione non richiede ulteriori chiose, e non può dunque revocarsi in dubbio la sussistenza del dolo, posto che, per un verso, l’esimente putativa del consenso dell’avente diritto non è configurabile nel delitto di violenza sessuale, in quanto la mancanza del consenso costituisce requisito esplicito della fattispecie e l’errore sul dissenso si sostanzia, pertanto, in un errore inescusabile sulla legge penale (Sez. 3, n. 2400 del 05/10/2017, dep. 2018, S., Rv. 272074; Sez. 3, n. 17210 del 10/03/2011, I., Rv. 250141) e, per altro verso, detta scriminante non è comunque applicabile quando debba escludersi, in base alle circostanze del fatto, la ragionevole persuasione di operare con l’approvazione della persona che può validamente disporre del diritto (Sez. 3, n. 37166 del 18/05/2016, B. e aa., Rv. 268311; Sez. 6, n. 20944 del 15/04/2011, Cavalli, Rv. 250065).

  1. Manifestamente infondati – sulla scorta di pacifica giurisprudenza di questa Corte, con cui il ricorrente in alcun modo si confronta – sono pure i successivi due motivi, da esaminarsi congiuntamente.

Non v’è dubbio, in primo luogo, che l’istituto della particolare tenuità del fatto non sia applicabile al reato di violenza sessuale attenuato dalla minore gravità del fatto ( ), posto che la pena massima edittale, una volta applicata la riduzione minima di un giorno di reclusione per la diminuente prevista dall’ultimo comma dell’art. 609-bis c.p., è ampiamente superiore al limite di cinque anni di reclusione previsto per l’applicazione della speciale causa di non punibilità dall’art. 131-bis medesimo codice.

Quanto alla dedotta prescrizione, basti osservare che l’ipotesi del fatto di minore gravità, prevista nel reato di violenza sessuale dall’art. 609-bis c.p., comma 3^, integra una circostanza attenuante ad effetto speciale e non un’autonoma ipotesi di reato, sicchè il riconoscimento della suddetta attenuante è ininfluente ai fini del calcolo dei termini di prescrizione ex art. 157 c.p., comma 2^ (Sez. 3, n. 47311 del 24/09/2015, G. N. Rv. 265270). Trattandosi di fatti avvenuti il (OMISSIS), con gli eventi interruttivi verificatisi in corso di processo, anche a prescindere da cause di sospensione, la prescrizione maturerà dunque soltanto decorsi anni dodici e mesi sei, vale a dire non prima del (OMISSIS).

  1. Del pari manifestamente infondate sono le doglianze relative alla mancata concessione della sospensione condizionale della pena, che la sentenza impugnata nega sull’esatto rilievo che l’imputato ha già fruito due volte del beneficio, riportando peraltro condanne a pena che, cumulata con quella inflitta nel presente procedimento, supera il limite previsto dall’art. 163 c.p.. Quanto al fatto che per la pena inflitta in ordine al reato di cui alla condanna dell'(OMISSIS) (irr. l'(OMISSIS)) è stata applicata amnistia ai sensi del D.P.R. 12 aprile 1990, n. 75, deve ribadirsi il consolidato orientamento secondo cui l’amnistia impropria fa cessare l’esecuzione delle pene accessorie, ma non fa venir meno gli effetti penali della condanna, tra i quali rientra l’impossibilità di ottenere la reiterazione della sospensione condizionale della pena (Sez. 3, n. 50617 del 18/06/2014, Festino, Rv. 261384; Sez. 1, ord. n. 45521 del 19/10/2004, Vergara, Rv. 229820; Sez. 1, n. 198 del 19/01/1993, Dalla Vecchia, Rv. 193244; Sez. 3, n. 1486 del 01/07/1993, Grauso, Rv. 194601). Quanto alla sospensione condizionale concessa con la condanna del (OMISSIS) (irr. il (OMISSIS)), l’estinzione del relativo reato a norma dell’art. 167 cod. pen., salvo quanto espressamente previsto, non elimina gli effetti penali della condanna (Sez. 3, n. 28746 del 26/03/2015, Biasi, Rv. 264107; Sez. 4, n. 45351 del 23/11/2010, Vidarte Mansilla, Rv. 249069), con la conseguenza che di questa deve tenersi conto, ai sensi dell’art. 165 c.p., comma 2^, anche ai fini della necessità di subordinare la ulteriore concessione del beneficio all’adempimento di uno degli obblighi previsti dall’art. 165 c.p., comma 1^ (Sez. 5, n. 3553 del 26/11/2013, dep. 2014, Valenza, Rv. 258668) e, più in generale, ai fini della sussistenza dei presupposti per una nuova concessione della sospensione condizionale della pena (Sez. 3, n. 43835 del 29/10/2008, Gambera e a., Rv. 241685; Sez. 3, n. 8411 del 04/12/2002, dep. 2003, Chiudioni, Rv. 223465).
  2. Nonostante l’inammissibilità degli altri motivi, l’infondatezza del primo motivo di ricorso induce, complessivamente, al rigetto dello stesso, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Dispone, a norma dell’art. 52 del D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, che – a tutela dei diritti o della dignità degli interessati – sia apposta a cura della cancelleria, sull’originale della sentenza, un’annotazione volta a precludere, in caso di riproduzione della presente sentenza in qualsiasi forma, per finalità di informazione giuridica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi degli interessati riportati sulla sentenza.

Così deciso in Roma, il 2 ottobre 2018.

Depositato in Cancelleria il 17 dicembre 2018

Share

Avv. Francesca Pevarello

L’avv. Francesca Maria Fabiana Pevarello nasce a Milano il 1.02.1988. Si diploma presso un liceo classico salesiano e consegue nel 2013 la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, con votazione di 110 e lode. La stessa ha collaborato con la cattedra di istituzioni di diritto romano retta dalla Dott.ssa Iole Fargnoli. La professionista ha svolto pratica dapprima nello studio dell’avv. Salvatore Armenio, legale delle maggiori compagnie assicurative italiane ed ora deceduto e poi presso lo studio dell’avv. Fabiana Bravetti, esperta nel settore della responsabilità medica. L’avv. Pevarello dal 17.01.2019 è iscritta all’Ordine degli Avvocati di Milano e ad oggi si occupa di diritto civile, penale e diritto del lavoro, tanto sul piano giudiziale che stragiudiziale, sia in favore di privati che di Enti. La stessa cura costantemente il proprio aggiornamento professionale e le relazioni con il Consiglio dell’Ordine di appartenenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *