Peculato per il Notaio che si appropria delle somme dell’imposta di registro.

Peculato per il Notaio che si appropria delle somme dell'imposta di registro.

La sentenza in commento, recentemente pronunciata dalla Suprema Corte di Cassazione, precisa che non è l’abuso del rapporto fiduciario tra cliente e notaio rogante ad agevolare la commissione del reato, bensì la qualifica pubblicistica del notaio e la funzione di sostituto di imposta, assunta per disposizione di legge, a qualificare l’appropriazione delle somme versate dai clienti a titolo di imposta come peculato e ad escludere la valenza aggravatrice del rapporto con il privato. Ciò in quanto risulta assorbente la violazione del titolo di possesso, connesso all’esercizio della funzione notarile.

In altre parole è la violazione della delega statale e degli obblighi connessi alla funzione pubblica svolta dal notaio rogante a connotare l’appropriazione delle somme spettanti all’erario ed a qualificarla come peculato. Il notaio ha la disponibilità delle suddette somme in ragione del suo ufficio e non in ragione dell’affidamento in lui riposto dal cliente per l’adempimento dell’obbligazione tributaria.

Il notaio, come è noto, infatti, è tenuto, nel termine di 30 giorni dalla stipula di un atto pubblico, ad effettuare la registrazione dell’atto ed a provvedere al pagamento delle imposte (di registro, catastali e ipotecarie), che gravano sulle parti contraenti. Parti che versano l’importo dovuto nelle mani del notaio, il quale provvede poi a versarle all’Agenzia delle Entrate. Il notaio, nell’effettuare tali adempimenti, ricopre il ruolo di responsabile d’imposta, designato dallo Stato per comodità operativa ed in quanto tale è legittimato a ricevere il denaro dai privati ed a versarlo all’ufficio finanziario.

 

 

Cassazione penale sez. VI, 13/11/2018, (ud. 13/11/2018, dep. 12/12/2018), n.55753

RITENUTO IN FATTO

  1. Il difensore di P.F. ha proposto ricorso avverso la sentenza indicata in epigrafe con la quale la Corte di appello di Campobasso, in parziale riforma della sentenza emessa in data 11 dicembre 2013 dal Tribunale di Campobasso, appellata dall’imputata e dalle parti civili, ha rideterminato la pena inflitta in anni 5 di reclusione e condannato l’imputata al pagamento di una provvisionale in favore delle parti civili appellanti, confermando l’affermazione di responsabilità dell’imputata per plurimi reati di peculato, commessi in qualità di notaio rogante ed aventi ad oggetto le somme, destinate all’erario a titolo di imposte e tasse, versate dai contraenti degli atti di compravendita immobiliare, redatti dall’imputata nel periodo luglio 2008 – dicembre 2009.

Ne chiede l’annullamento per i motivi di seguito illustrati:

1.1 errata contestazione dell’art. 314 cod. pen. e dell’aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 11, in quanto il peculato è reato proprio, che può essere commesso solo da chi riveste la qualifica di pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio e che in ragione del suo ufficio ha la disponibilità del denaro, del quale si appropria. Ne deriva l’insussistenza dell’aggravante contestata, in quanto il notaio non si appropria del denaro altrui con abuso di autorità o del rapporto di prestazione d’opera poichè il versamento delle imposte e dell’onorario è connesso alla prestazione professionale ed alla qualità di pubblico ufficiale del notaio, che è elemento essenziale del reato e pertanto, incompatibile con l’art. 61 cod. pen., invece, compatibile con la contestazione del reato di appropriazione indebita.

Nel caso in esame l’imputata ha versato le somme incassate su un conto bancario personale, determinando la confusione delle stesse con quelle già esistenti sul conto, a differenza di quanto previsto dalla L. 4 agosto 2017, n. 124 che ha introdotto l’obbligo per il notaio di versare su un conto dedicato tutte le somme ricevute a titolo di tributi, quale sostituto di imposta, in relazione agli atti ricevuti o autenticati e soggetti a pubblicità immobiliare o commerciale: trattandosi di norma penale più favorevole, l’applicazione retroattiva consentirebbe di ravvisare il reato meno grave di cui all’art. 646 cod. pen. aggravato dall’art. 61 c.p., n. 11.

Si reputa erronea l’interpretazione della normativa notarile ed errato il ragionamento dei giudici di merito, che individuano nel mancato versamento all’erario delle somme incassate entro il termine di 30 giorni un elemento determinante per la configurabilità del peculato: in realtà, si tratta di norme, che disciplinano aspetti amministrativi e disciplinari dell’attività notarile e prevedono la possibilità di intervento dell’ordine professionale di sanare situazioni irregolari, procedendo poi al recupero nei confronti del notaio. Si sottolinea che non ogni violazione del termine comporta la responsabilità penale se non si accerta la volontà del soggetto di appropriarsi in via definitiva delle somme spettanti all’erario;

1.2 erronea contestazione del reato, ravvisandosi nel caso di specie l’ipotesi prevista dall’art. 314 c.p., comma 2.

Si sostiene che i giudici avrebbero dovuto considerare che l’appropriazione effettuata dalla ricorrente non era definitiva, in quanto, non appena in possesso delle somme, derivanti anche dall’alienazione di immobili, la ricorrente ha provveduto a versarle all’erario, così dimostrando la volontà di non appropriarsene in via definitiva. La ricorrente ha restituito le somme; era consapevole che l’Agenzia delle Entrate si sarebbe accorta dei mancati versamenti e che il consiglio dell’ordine avrebbe potuto onorare il debito con il fisco, addebitandole il rimborso: pertanto, doveva verificarsi la possibilità di qualificare i fatti ai sensi dell’art. 314 cod. pen., comma 2 trattandosi di somme confluite in un conto personale, e tener conto dei versamenti successivi, che hanno ridotto il debito da 750 mila Euro a 150 mila Euro, a dimostrazione di un’appropriazione momentanea e non definitiva;

1.3 mancato riconoscimento di attenuanti generiche prevalenti.

Si deduce che non è condivisibile la ritenuta ostatività di un precedente penale, risalente nel tempo, a fronte delle circostanze emerse in dibattimento, quali le gravi motivazioni di ordine familiare e le difficoltà economiche della ricorrente nè nella determinazione della pena si è tenuto conto della riduzione del debito nei confronti dell’erario e della restituzione spontanea degli importi incamerati.

Con memoria depositata il 7 novembre 2018 il difensore della parte civile E.R. ha chiesto il rigetto del ricorso per infondatezza dei motivi.

Con memoria depositata il 9 novembre 2018 il difensore delle parti civili T.D., N.L., Z.B.A., Sa.Ma.Cr., A.D., Pa.Fa. e Sa.Gi., ha chiesto di dichiarare inammissibile il ricorso dell’imputata, in quanto ripropone i motivi di appello e prospetta una lettura alternativa dei fatti a fronte di una motivazione logica e coerente.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso è fondato limitatamente al primo motivo relativo alla configurabilità dell’aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 11, inammissibile nel resto.

I giudici di appello hanno confermato la qualificazione dei fatti come peculato e hanno ritenuto giustificata la contestazione dell’aggravante in ragione del danno arrecato ai privati e dell’abuso del rapporto fiduciario intercorso tra il notaio e i clienti, che ha agevolato la commissione del reato.

Nell’applicare i principi affermati da questa Corte, espressamente richiamati, secondo i quali l’abuso di relazioni di prestazioni d’opera, che integra la circostanza aggravante di cui all’art. 61 c.p., comma 1, n. 11, è configurabile in presenza, tra le parti, di rapporti giuridici fondati sulla reciproca fiducia, quando questa agevoli la commissione del reato, anche in mancanza di un vincolo di subordinazione o di dipendenza, e che comportino, a qualunque titolo, un vero e proprio obbligo (e non una mera facoltà) di facere (Sez. 2, n. 25912 del 02/03/2018, Ortolani, Rv. 272806), i giudici di appello hanno, tuttavia, trascurato che tali principi sono stati affermati in relazione a condotte appropriative non qualificate dalle attribuzioni pubblicistiche dell’agente, a differenza di quanto avvenuto nel caso in esame.

Ed infatti, non è l’abuso del rapporto fiduciario tra cliente e notaio rogante ad agevolare la commissione del reato, bensì la qualifica pubblicistica del notaio e la funzione di sostituto di imposta, assunta per disposizione di legge, a qualificare l’appropriazione delle somme versate dai clienti a titolo di imposta come peculato e ad escludere la valenza aggravatrice del rapporto con il privato, essendo assorbente la violazione del titolo di possesso, connesso all’esercizio della funzione notarile.

Invero è la violazione della delega statale e degli obblighi connessi alla funzione pubblica svolta dal notaio rogante a connotare l’appropriazione delle somme spettanti all’erario ed a qualificarla come peculato, in quanto di tali somme il notaio ha la disponibilità in ragione del suo ufficio e non in ragione dell’affidamento in lui riposto dal cliente per l’adempimento dell’obbligazione tributaria.

Il notaio è infatti, obbligato ad effettuare, nel termine di 30 giorni dalla stipula di un atto pubblico, la registrazione dell’atto ed il pagamento delle rispettive imposte (di registro, catastali e ipotecarie), che gravano sulle parti contraenti, le quali versano l’importo dovuto nelle mani del notaio, che provvede a versarle all’Agenzia delle Entrate: il notaio, quindi, svolge il ruolo di responsabile d’imposta, designato dallo Stato per comodità operativa ed in quanto tale è legittimato a ricevere il denaro dai privati ed a versarlo all’ufficio finanziario.

Nel caso in esame è emerso che l’imputata ha indebitamente trattenuto per sè, anzichè versarle all’erario, le somme che i clienti le avevano versato ai fini del pagamento degli oneri fiscali connessi all’acquisto di beni immobili o alla costituzione di diritti reali sugli stessi e poichè il denaro versato a titolo di imposte è già di pertinenza dell’erario al momento della riscossione, il mancato versamento da parte del notaio rogante entro il termine previsto integra il delitto di peculato.

Si è infatti, affermato che il pubblico ufficiale che ha ricevuto denaro per conto della pubblica amministrazione realizza l’appropriazione sanzionata dal delitto di peculato nel momento stesso in cui ne ometta o ritardi il versamento, cominciando in tal modo a comportarsi uti dominus nei confronti del bene del quale ha il possesso per ragioni d’ufficio (Sez. 6, n. 43279 del 15/10/2009, Rv. 244992, Pintimalli). Integra, infatti, il delitto di peculato la condotta del pubblico ufficiale che omette o ritarda di versare ciò che ha ricevuto per conto della P.A., in quanto tale comportamento costituisce un inadempimento non ad un proprio debito pecuniario, ma all’obbligo di consegnare il denaro al suo legittimo proprietario, con la conseguenza che, sottraendo la res alla disponibilità dell’ente pubblico per un lasso temporale ragionevolmente apprezzabile, egli realizza una inversione del titolo del possesso uti dominus (Sez. 6, n. 53125 del 25/11/2014, Renni, Rv. 261680; Sez. 6, n. 20132 del 11/03/2015, Varchetta, Rv. 263547, relativa proprio alla condotta del notaio che si appropria di somme ricevute dai clienti per il pagamento dell’imposta di registro riguardante atti di compravendita immobiliare da lui rogati).

Inconferente è la prospettazione difensiva circa la mancata istituzione, all’epoca dei fatti, di un conto dedicato al versamento delle imposte riscosse dal notaio rogante per conto dello Stato con conseguente confusione dei relativi importi con le somme esistenti sui conti personali della ricorrente, atteso che, come già detto, il denaro riscosso per conto dello Stato è immediatamente di natura e spettanza pubblica e non perde tale connotazione se confluisce su conti privati.

Ritenuta, pertanto, corretta la qualificazione giuridica delle condotte appropriative come peculato, va esclusa la sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 11 e conseguentemente la sentenza impugnata va annullata sul punto.

Tuttavia, l’esclusione di detta aggravante comporta l’annullamento con rinvio alla Corte di appello di Salerno per la rideterminazione della pena, atteso che risulta contestata anche l’aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 7 in relazione all’importo più consistente di Euro 755.353,00, oggetto di appropriazione nel procedimento portante n. 246/12, al quale sono riuniti gli altri procedimenti indicati nell’imputazione.

  1. Inammissibile per manifesta infondatezza è il secondo motivo con il quale si sostiene che i fatti potrebbero qualificarsi come peculato d’uso in ragione dell’impossessamento solo temporaneo delle somme versate dai clienti, per motivi personali, e dell’avvenuta restituzione di gran parte del debito fiscale.

E’ principio consolidato che il peculato d’uso è configurabile solo in relazione a cose di specie e non al denaro, in quanto è la stessa natura fungibile del denaro a rendere impossibile la configurazione dell’ipotesi attenuata, tenuto conto che l’art. 314 c.p., comma 2, a proposito della restituzione si riferisce alla stessa cosa di cui l’agente si è appropriato e non ad una cosa equivalente.

Il denaro è, infatti menzionato in modo alternativo solo nell’art. 314 cod. pen., comma 1, in quanto la sua natura fungibile non consente, dopo l’uso, la restituzione della stessa cosa, ma solo del “tantundem”, irrilevante ai fini dell’integrazione dell’ipotesi attenuata (Sez. 6, n. 49474 del 04/12/2015, Stanca, Rv. 266242).

Come correttamente evidenziato dai giudici di merito le restituzioni parziali sono avvenute solo dopo gli avvisi di accertamento tributario e tale circostanza esclude sia la spontaneità delle stesse che l’intento iniziale di appropriarsi delle somme dovute all’erario in modo non definitivo.

Ritenuto, pertanto, che secondo la ricostruzione dei giudici di merito le restituzioni sono state indotte dagli avvisi di accertamento e dall’avvio delle indagini, tali condotte successive dell’imputata devono essere considerate come dei post facta, trattandosi di comportamenti riparatori rispetto ad appropriazioni già consumate, rilevanti solo ai fini del trattamento sanzionatorio, come avvenuto nel caso di specie.

  1. Inammissibile, in quanto proposto per motivi non consentiti, è il terzo motivo.

La ricorrente censura il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche prevalenti anzichè equivalenti in ragione delle restituzioni eseguite e della spontaneità delle stesse, trascurando che i giudici di appello hanno giustificato la decisione con motivazione congrua e puntuale.

Oltre a sottolineare, come già detto, che le restituzioni erano state parziali e non spontanee, i giudici hanno attribuito rilievo alle condanne a pena detentiva riportate dall’imputata per delitti anche contro la P.A. e reati tributari, evidentemente ritenute significative di una risalente e radicata propensione specifica e, pertanto, ostative ad un bilanciamento diverso da quello operato da primo giudice.

Per le ragioni esposte va confermato il giudizio di responsabilità dell’imputata in relazione al reato di cui agli artt. 81,314 c.p., art. 61 c.p., n. 7, cui consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese di rappresentanza e difesa sostenute dalle parti civili costituite, che si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata, limitatamente alla ritenuta aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 11 che esclude, e rinvia per la determinazione della pena alla Corte di appello di Salerno.

Dichiara irrevocabile la sentenza in punto di responsabilità in relazione al reato di cui agli artt. 81-314 c.p. – art. 61 c.p., n. 7.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di rappresentanza e difesa delle parti civili Pr.Mi., Sa.Gi., E.M., S.G. e del Consiglio Notarile distretti riuniti di Campobasso, Isernia e Larino, che liquida in complessivi Euro 3.500 per ciascuna parte civile, oltre spese generali, nella misura del 15%, IVA e CPA.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di rappresentanza e difesa delle parti civili N.L., Z.B.A., Sa.Ma.Cr., A.D. e Pa.Fa., che liquida in complessivi Euro 7.700, oltre spese generali, nella misura del 15%, IVA e CPA, da attribuirsi all’avvocato Del Vecchio Fabio antistatario.

Condanna, inoltre, la ricorrente alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalla parte civile T.D., ammessa al patrocinio a spese dello Stato, nella misura che sarà separatamente liquidata, disponendo il pagamento di tali spese in favore dello Stato.

Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.

Così deciso in Roma, il 13 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 12 dicembre 2018

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Avv. Francesca Pevarello

L’avv. Francesca Maria Fabiana Pevarello nasce a Milano il 1.02.1988. Si diploma presso un liceo classico salesiano e consegue nel 2013 la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, con votazione di 110 e lode. La stessa ha collaborato con la cattedra di istituzioni di diritto romano retta dalla Dott.ssa Iole Fargnoli. La professionista ha svolto pratica dapprima nello studio dell’avv. Salvatore Armenio, legale delle maggiori compagnie assicurative italiane ed ora deceduto e poi presso lo studio dell’avv. Fabiana Bravetti, esperta nel settore della responsabilità medica. L’avv. Pevarello dal 17.01.2019 è iscritta all’Ordine degli Avvocati di Milano e ad oggi si occupa di diritto civile, penale e diritto del lavoro, tanto sul piano giudiziale che stragiudiziale, sia in favore di privati che di Enti. La stessa cura costantemente il proprio aggiornamento professionale e le relazioni con il Consiglio dell’Ordine di appartenenza.

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