Elementi costitutivi dell’illecito da Mobbing.

Elementi costitutivi dell'illecito da Mobbing.

In questa recentissima sentenza di merito il Tribunale di Imperia specifica che la fattispecie dell’illecito da cd. Mobbing è di origine pretoria. Si tratta di una violazione dell’obbligo di sicurezza posto dall’art. 2087 c.c. a carico del datore di lavoro. E’ ravvisabile nella condotta posta in essere dallo stesso datore (od anche da un superiore gerarchico del lavoratore). Condotta che deve essere sistematica e protratta nel tempo e che deve consistere in una pluralità di atti -giuridici o meramente materiali, anche eventualmente leciti- che si risolvano in forme di prevaricazione o persecuzione psicologica. Da tali comportamenti deve conseguire, ai fini risarcitori, la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Quattro sono gli elementi costitutivi dell’illeccito: a) la molteplicità dei comportamenti di carattere persecutorio, posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta ed il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio da parte dell’agente.

Tribunale Imperia sez. lav., 29/01/2019, (ud. 29/11/2018, dep. 29/01/2019), n.180

Esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

Con ricorso ex art. 414 c.p.c. depositato il 13 gennaio 2016, G.R., già dipendente della M.D.S.G. s.r.l. dal marzo 2010 all’ottobre 2013 con mansioni di operaia stiratrice, ha agito contro tale sua ex datrice di lavoro, al fine di conseguire il risarcimento dei danni subiti per essere stata vittima di mobbing.

La ricorrente lamentava, in particolare, di essere stata esposta al comportamento gravemente vessatorio perpetrato nei suoi confronti dal capo reparto, sig. S.B., senza che l’Amministratore Unico della soc., pur informato della situazione, vi ponesse alcun rimedio.

La convenuta si è costituita ritualmente in giudizio ed ha contestato la pretesa avanzata ex adverso.

Il ricorso in esame non è fondato, e va quindi disatteso.

In punto di diritto, il Giudicante osserva che la fattispecie dell’illecito da cd. mobbing, di origine squisitamente pretoria, integra una violazione dell’obbligo di sicurezza posto dall’art. 2087 c.c. a carico del datore di lavoro, ed è ravvisabile in presenza di una condotta posta in essere dallo stesso datore (od anche da un superiore gerarchico del lavoratore) sistematica e protratta nel tempo, consistente in una pluralità di atti -giuridici o meramente materiali, anche eventualmente leciti- che si risolvano in forme di prevaricazione o persecuzione psicologica, da cui consegua la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità (cfr. Cass. n. 3785/09; Cass. n. 22858/08). La condotta lesiva in questione presuppone quindi: a) la molteplicità dei comportamenti di carattere persecutorio, posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta ed il pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio da parte dell’agente (Cass. n. 3785/09 cit.).

Alla luce di tale inquadramento giurisprudenziale, questo Tribunale ritiene che le risultanze istruttorie, complessivamente apprezzate, non abbiano consentito di dimostrare la sussistenza di tutti gli elementi strutturali dell’illecito ipotizzato.

Segnatamente, pare nella specie difettare un adeguato dolo specifico, ossia una volontà puntualmente finalizzata ad arrecare pregiudizio all’odierna istante.

Trattandosi di un elemento psicologico, lo stesso è generalmente desumibile solo in via indiziaria, apprezzando al riguardo eventuali situazioni, di portata discriminatoria, a discapito del lavoratore interessato. La disparità di trattamento nel contesto aziendale costituisce cioè un elemento del tutto pregnante, al fine di poter ravvisare l’effettiva intenzione dell’agente di penalizzare un singolo dipendente.

Sotto quest’ultimo profilo, dall’istruttoria orale espletata è tuttavia emersa una situazione aziendale ben diversa, laddove il trattamento quanto meno poco urbano qui lamentato veniva sistematicamente riservato dal capo reparto B. alla generalità dei suoi sottoposti, senza distinzioni di sorta.

In particolare, si evidenzia che:

– la teste F.M., impiegata presso la M.D.S.G. tra il 2010 ed il 2012, ha riferito che il B. la insultava e si rivolgeva ai lavoratori urlando, soggiungendo: “anche a me mi aveva minacciato di licenziamento. Diceva “quella è la porta se non ti va bene vai”;

– il teste G.J., anche egli ex dipendente della soc. convenuta, ha dichiarato che il B. una volta aveva addirittura affermato di essere razzista contro gli italiani, e che a coloro che non intendevano svolgere le mansioni da lui assegnate diceva: “quella è la porta”;

– anche la teste G.E., parimenti ex dipendente, ha lamentato di essere stata insultata pesantemente dal predetto capo reparto;

– il teste G.M., anch’egli ex dipendente, ha confermato di avere visto e sentito ragazze “piangere e insultate dal B.”.

Tale versione dei fatti, ossia un contesto aziendale perturbato da un contegno arrogante ed offensivo tenuto abitualmente dal capo reparto, pare del tutto attendibile, in quanto riferita da soggetti non solo direttamente informati, ma anche del tutto disinteressati dal punto di vista soggettivo, siccome ormai non più alle dipendenze della M.D.G.S.

Proprio per quest’ultimo motivo, deve invece conferirsi una minore attendibilità alle deposizioni rese sul punto da C.A. e M.C., le quali hanno invece negato le predette condotte, da parte del B. Trattandosi di lavoratrici ancora dipendenti della soc., è piuttosto comprensibile un loro imbarazzo nel confermare comportamenti decisamente poco commendevoli di un collega, peraltro a loro sovraordinato nell’organigramma aziendale.

La vicenda oggetto della presente delibazione giudiziale, pertanto, pare più propriamente caratterizzata da rilevanti difficoltà relazionali tra le operaie ed il loro capo reparto, verosimilmente riconducibili alla peculiare caratterialità di quest’ultimo, senza però l’emersione di condotte dotate di portata realmente vessatoria -come precisato in epigrafe.

Da tanto consegue il rigetto del presente ricorso.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale di Imperia, in funzione di Giudice del Lavoro, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza, eccezione e deduzione disattesa, così provvede:

  1. a) rigetta il ricorso;
  2. b) condanna la ricorrente a rifondere alla controparte le spese processuali, liquidate in complessivi € 5.200,00 più rimborso spese generali al 15% ed eventuali accessori di legge;
  3. c) fissa il termine di gg. 60 per il deposito della sentenza.

Imperia, li 29 novembre 2018.

IL GIUDICE DEL LAVORO

(dott. Roberto De Martino)

 
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L’avv. Francesca Maria Fabiana Pevarello nasce a Milano il 1.02.1988. Si diploma presso un liceo classico salesiano e consegue nel 2013 la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, con votazione di 110 e lode. La stessa ha collaborato con la cattedra di istituzioni di diritto romano retta dalla Dott.ssa Iole Fargnoli. La professionista ha svolto pratica dapprima nello studio dell’avv. Salvatore Armenio, legale delle maggiori compagnie assicurative italiane ed ora deceduto e poi presso lo studio dell’avv. Fabiana Bravetti, esperta nel settore della responsabilità medica. L’avv. Pevarello dal 17.01.2019 è iscritta all’Ordine degli Avvocati di Milano e ad oggi si occupa di diritto civile, penale e diritto del lavoro, tanto sul piano giudiziale che stragiudiziale, sia in favore di privati che di Enti. La stessa cura costantemente il proprio aggiornamento professionale e le relazioni con il Consiglio dell’Ordine di appartenenza.

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