Sull’elemento oggettivo del reato di Stalking

Sull'elemento oggettivo del reato di Stalking

In questa pronuncia la Suprema Corte di Cassazione, richiamando un noto precedente giurisprudenziale (Sez. 5, n. 29872 del 19/05/2011, L., Rv. 250399), specifica che il delitto  di stalking, ossia di atti persecutori, disciplinato dall’art. art. 612-bis c.p., è un reato che, sotto il profilo dell’elemento oggettivo, prevede eventi alternativi. La realizzazione di ciascun evento è idoneo ad integrarlo. Ai fini della configurazione della fattispecie dunque, resta non essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa. E’ sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità.

Cassazione penale sez. VI, 08/11/2018, (ud. 08/11/2018, dep. 26/11/2018), n.53011

RITENUTO IN FATTO

  1. La Corte di appello di Genova con la sentenza in epigrafe indicata, in parziale riforma di quella pronunciata all’esito di giudizio abbreviato dal Tribunale di Genova, ha ridotto la pena inflitta all’imputato, T.A., nel resto confermando il giudizio di penale responsabilità formulato dal primo giudice per i reati, al prevenuto in continuazione contestati, di maltrattamenti in famiglia, aggravati dall’essere stati commessi alla presenza dei figli minorenni, di due episodi di lesioni aggravate, e di atti persecutori (art. 572 c.p., art. 61 c.p., n. 11, artt. 582 e 585 c.p., art. 61 c.p., n. 11, art. 612-bis c.p., commi 1 e 2).
  2. Ricorre in cassazione nell’interesse dell’imputato il difensore di fiducia con cinque motivi di annullamento.

2.1. Con il primo si denuncia violazione dei criteri di legge preposti alla valutazione della prova e vizio di motivazione.

La Corte di merito avrebbe confermato il giudizio di penale responsabilità del prevenuto sulle dichiarazioni della persona offesa, unitamente alle sommarie informazioni testimoniali, senza che venisse scrutinato l’interesse personale, attuale e concreto di cui era portatrice la prima, costituitasi parte civile, e senza che i terzi, le cui dichiarazioni erano state utilizzate a riscontro, fossero a loro volta soggetti imparziali.

Si sarebbe invero trattato di prossimi congiunti le cui affermazioni avrebbero dovuto confrontarsi con il dato obiettivo della litigiosità che avrebbe invece connotato il nucleo familiare.

2.2. Con il secondo motivo si fa valere l’erronea applicazione dell’art. 612-bis c.p. ed il vizio di motivazione in cui sarebbero incorsi i giudici di appello nel ritenere integrato il reato di atti persecutori in difetto della coartazione della volontà della vittima, della rilevante modifica delle sue abitudini di vita, di un danno di rilievo e del dolo specifico del reato.

Nella condotta dell’imputato avrebbero potuto ravvisarsi minacce, molestie o disturbo alle persone in ogni caso da ritenersi assorbite nel reato di maltrattamenti.

2.3. Con terzo motivo si fa questione sulla violazione di legge ed il vizio di motivazione inficianti il giudizio formulato dai giudici di appello sul trattamento sanzionatorio applicato, nella insufficienza del richiamo all’art. 133 c.p., in ordine alla scelta ed alla quantificazione della sanzione penale.

2.4. Con il quarto motivo si denuncia violazione di legge, anche processuale, per la mancanza di motivazione in punto di diniego del beneficio della sospensione condizionale della pena e delle attenuanti generiche.

2.5. Con il quinto motivo la critica per la denunciata violazione di legge ed il vizio di motivazione tocca i capi civili delle due sentenze di merito per i quali si sarebbe quantificata, si deduce in ricorso, una provvisionale in favore della parte civile costituita senza che fosse provato il danno che, inteso quale stato di ansia e di paura, avrebbe richiesto per il suo accertamento un esame medico-legale, invece mancato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso è inammissibile perchè i motivi proposti introducono questioni manifestamente infondate e per le quali la difesa dell’imputato dimostra per le portate argomentazioni di non confrontarsi con la sentenza impugnata.
  2. Risponde a costante indirizzo di questa Corte di legittimità dal quale, nella sua persuasività, non si ha ragione di discostarsi, quello per il quale le dichiarazioni della persona offesa, costituita parte civile, possono da sole, essere poste a fondamento dell’affermazione di responsabilità penale dell’imputato senza la necessità di riscontri estrinseci che ne confermino l’attendibilità, nella non applicabilità all’indicata figura di dichiarante della regola di valutazione di cui all’art. 192 c.p.p., comma 3.

L’eventuale interesse della persona offesa a che si pervenga ad un giudizio di penale responsabilità dell’imputato resta contenuto nei suoi effetti dalla verifica, richiesta al giudice di merito e corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e della intrinseca attendibilità del suo racconto per scrutinio che sia più penetrante e rigoroso rispetto a quello riservato alle dichiarazioni di un qualsiasi altro testimone (Sez. 2, n. 43278 del 24/09/2015, Manzini, Rv. 265104; Sez. 5, n. 1666 del 08/07/2014, dep. 2015, Pirajno, Rv. 261730).

In applicazione dell’indicato principio, la Corte di appello di Genova ha formulato il giudizio di penale responsabilità dell’imputato debitamente valutando, in punto di attendibilità estrinseca ed intrinseca, la persona offesa e le sue dichiarazioni.

Delle dichiarazioni accusatorie si è in tal modo valorizzata la loro reiterazione, operata dall’offesa in più contesti ed in corso di indagine, e, ancora, della dichiarante l’assenza di motivi di astio o di risentimento, nella concludente rimarcata, in sentenza, sua volontà di circoscrivere, nel numero, gli episodi ascritti all’ex convivente.

Si tratta di prova piena che formata sul rispetto della regola del rigoroso vaglio ha poi avuto ulteriore conferma nelle dichiarazioni di terzi sentiti in corso di indagine di cui, nella efficace sottolineatura operata in sentenza, si è valorizzato dai giudici di appello la pluralità degli episodi riferiti ed il riferito carattere “prevaricatore” ed “aggressivo” del prevenuto.

Fermo il principio sopra indicato della non necessità perchè le dichiarazioni dell’offesa assumano valenza di prova del loro riscontro in esterno, il fatto che i terzi sentiti in corso di indagine riferiscano de relato circostanze apprese dalla persona offesa non vale ad integrare una circolarità della fonte diretta a sottrarre alla stessa ogni fondamento.

La convergente pluralità di episodi su cui i terzi dichiaranti riferiscano vale, nella loro reiterazione, a sostenere invero l’attendibilità stessa della fonte diretta.

La Corte territoriale ha altresì fondato il proprio giudizio sulla incapacità dell’imputato di autocontrollo in ragione delle pure evidenziate ripetute violazioni delle prescrizioni relative alla misura cautelare alla quale egli era sottoposto, profilo che in modo concludente fissa il giudizio pieno sull’esistenza delle condotte di maltrattamento contestate e rispetto al quale il richiamo operato in ricorso ad un clima familiare contrassegnato da mera litigiosità sortisce l’effetto di definire una inefficace critica.

Perspicuo è poi il richiamo contenuto nell’impugnata sentenza a quella di primo grado, a definizione del quadro di prova, e quindi alle annotazioni di p.g., ai certificati medici ed alle foto allegate alla denuncia sporta.

La pluralità delle evidenze fattuali consegnate alle indicate prove integra l’abitualità della condotta di maltrattamenti la cui frazionata contestazione portata in ricorso si traduce in una non conducente critica difensiva.

  1. Il secondo motivo di ricorso articola censura generica e non concludente là dove porta contestazione al giudizio di sussistenza del reato di cui all’art. 612-bis c.p., per un generale e didattico richiamo alla disciplina di legge dell’indicata fattispecie di reato quanto all’elemento oggettivo e soggettivo.

Vale nel resto, e comunque, il principio, di piana espressione nella giurisprudenza di questa Corte di legittimità, per il quale, il delitto di atti persecutori, cosiddetto stalking (art. 612-bis c.p.), è un reato che prevede eventi alternativi, la realizzazione di ciascuno dei quali è idonea ad integrarlo, restando, pertanto, ai fini della sua configurazione non essenziale il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa ed essendo sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità (Sez. 5, n. 29872 del 19/05/2011, L., Rv. 250399).

La Corte territoriale ha fatto applicazione del principio indicato valorizzando della scrutinata fattispecie lo stato di ansia cagionato alla persona offesa dalla condotta dell’imputato ed il timore della prima per la propria incolumità.

  1. Ogni questione sulla misura della pena resta invece dedotta in modo aspecifico senza confronto con la motivazione sul punto resa dalla Corte di appello che ha, nel suo complesso, rivisto in melius il trattamento irrogato in primo grado, previa esclusione della recidiva e riduzione degli aumenti in continuazione applicati, dando in tal modo conto di una modulazione di favore nell’esercizio di quella discrezionalità la cui illegittimità, ancora in modo generico, si denuncia in ricorso.
  2. Il motivo sui benefici è manifestamente infondato avendo la Corte di merito motivato sulla non concedibilità della sospensione condizionale della pena per averne l’imputato fruito già due volte, per un giudizio i cui esiti sono sottratti all’esercizio di ogni discrezionalità.

La denuncia di omessa motivazione sul diniego delle generiche, integra una questione che non risulta, dall’impugnata sentenza, dedotta in appello e che quindi è inammissibile perchè nuova, in ogni caso risultando ricompresa in ragione della apprezzata, in sentenza, gravità concreta del fatto considerato nelle specifiche circostanze storiche ed i precedenti penali dell’imputato.

  1. Le questioni introdotte in ricorso sull’ammontare della provvisionale si prestano ad una duplice lettura di inammissibilità sia perchè contrassegnate da novità sia perchè per consolidato principio di questa Corte esse non sono deducibili nel giudizio di legittimità in quanto il relativo provvedimento è per sua natura insuscettibile di passare in giudicato e destinato ad essere travolto dall’effettiva liquidazione dell’integrale risarcimento (ex multis: Sez. 6, n. 50746 del 14/10/2014, P.C., Rv. 261536; Sez. 3, n. 18663 del 27/01/2015, D.G., Rv. 263486).
  2. Alla declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e dell’equa somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della delle ammende.

In caso di diffusione del presente provvedimento si omettano le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, il 08 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 26 novembre 2018

 

 

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Avv. Francesca Pevarello

L’avv. Francesca Maria Fabiana Pevarello nasce a Milano il 1.02.1988. Si diploma presso un liceo classico salesiano e consegue nel 2013 la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, con votazione di 110 e lode. La stessa ha collaborato con la cattedra di istituzioni di diritto romano retta dalla Dott.ssa Iole Fargnoli. La professionista ha svolto pratica dapprima nello studio dell’avv. Salvatore Armenio, legale delle maggiori compagnie assicurative italiane ed ora deceduto e poi presso lo studio dell’avv. Fabiana Bravetti, esperta nel settore della responsabilità medica. L’avv. Pevarello dal 17.01.2019 è iscritta all’Ordine degli Avvocati di Milano e ad oggi si occupa di diritto civile, penale e diritto del lavoro, tanto sul piano giudiziale che stragiudiziale, sia in favore di privati che di Enti. La stessa cura costantemente il proprio aggiornamento professionale e le relazioni con il Consiglio dell’Ordine di appartenenza.

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