La Cassazione sull’indennizzo da ingiusta detenzione.

La Cassazione sull'indennizzo da ingiusta detenzione.

Affrontiamo ora una tematica di estrema attualità. La presente pronuncia giurisprudenziale infatti tre origine da una istanza di riparazione per ingiusta detenzione proposta dinanzi alla Corte d’Appello di Napoli, da un soggetto sottoposto a custodia cautelare in carcere e rigettata. Come è noto, in materia di riparazione per ingiusta detenzione, la colpa che vale ad escludere l’indennizzo è rappresentata dalla violazione di regole, da una condotta macroscopicamente negligente o imprudente dalla quale può insorgere, grazie all’efficienza sinergica di un errore dell’Autorità giudiziaria, una misura restrittiva della libertà personale. Più in particolare, il concetto di colpa che assume rilievo quale condizione ostativa al riconoscimento dell’indennizzo non si identifica con la “colpa penale”. Ciò che assume rilievo è la sola componente oggettiva della stessa. Deve, in altre parole, trattarsi di una condotta che, secondo il parametro dell’id quod plerumque accidit, possa aver creato una situazione di prevedibile e doveroso intervento dell’Autorità giudiziaria. La Cassazione specifica che la prevedibilità deve essere intesa in senso oggettivo. La valutazione del giudice della riparazione, insomma, si svolge su un piano diverso ed autonomo rispetto a quello del giudice del processo penale. Nel caso di specie, i presupposti per ottenere l’indennizzo non sono stati ritenuti sussistenti.

Cassazione penale sez. IV, 20/09/2018, (dep. 02/11/2018), n.49904

RITENUTO IN FATTO

  1. P.A., a mezzo del difensore, ricorre avverso l’ordinanza resa il 20 aprile 2017 con cui la Corte di appello di Napoli ha rigettato l’istanza di riparazione per ingiusta detenzione da lui proposta.
  2. Il ricorrente veniva tratto in arresto in data (OMISSIS) in forza di ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Benevento per aver preso parte ad un’associazione per delinquere dedita ad usura ed estorsioni e, in particolare, per aver partecipato a siffatti delitti fine commessi in danno di C.M..
  3. L’ordinanza cautelare si innesta sulle vicende che hanno coinvolto l’associazione per delinquere facente capo a N.C., soggetto dedito alle attività usurarie nel territorio di Benevento. Nelle attività criminali del N., ucciso in un agguato, erano subentrati la moglie, M.P., il genero G.M. e altri familiari. Tra le vittime dell’usura vi era C.M., gestore di due pub, che dal N. aveva ricevuto in prestito delle somme di denaro con gli interessi di 1.100,00 Euro mensili e che, per essere indotto a pagare, aveva subito due violenti pestaggi.

La figura di P.A. emergeva dalle intercettazioni telefoniche disposte proprio con riguardo all’usura e all’estorsione in danno del predetto C.M., nelle quali il P. si poneva come mediatore tra il G. e la vittima. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, l’indagato aveva riferito di essere a conoscenza del prestito di denaro e delle condotte violente per ottenerne la restituzione ma di essere intervenuto solo per fare un favore al C. che era un suo amico, nel tentativo di toglierlo dai guai.

  1. Due motivi sostengono il ricorso. Con il primo, si deduce inosservanza o erronea applicazione dell’art. 314 c.p.p. e la contraddittorietà della motivazione. Il Giudice della riparazione ha travisato le risultanze probatorie poichè, fondando la sua valutazione sugli elementi acquisiti in fase di indagine, non ha tenuto conto che essi sono stati smentiti in dibattimento. Con il secondo motivo, si lamenta inosservanza o l’erronea applicazione dell’art. 314 c.p.p. in relazione all’art. 2 Cost. e contraddittorietà della motivazione. La Corte di appello ha disatteso il principio solidaristico di cui all’art. 2 Cost. e sotteso all’istituto della riparazione per ingiusta detenzione: la condotta del P., infatti, costituisce un’estrinsecazione di detto principio di solidarietà poichè questi, a fronte di un’esplicita richiesta di aiuto formulata dal C., ha cercato di porre rimedio alla situazione di pericolo in cui quegli versava.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso è infondato e deve pertanto essere rigettato.
  2. La Corte territoriale ha correttamente esaminato la questione sottoposta al suo esame secondo i parametri richiesti dalla disposizione di cui all’art. 314 c.p.p., valutando in maniera congrua e logica, e con l’autonomia che è propria del giudizio di riparazione, la ricorrenza di una condotta ostativa, determinata, nel caso di specie, da colpa grave, avente effetto sinergico rispetto alla custodia cautelare subita dall’interessato.

E’ infatti noto che, in materia di riparazione per ingiusta detenzione, la colpa che vale ad escludere l’indennizzo è rappresentata dalla violazione di regole, da una condotta macroscopicamente negligente o imprudente dalla quale può insorgere, grazie all’efficienza sinergica di un errore dell’Autorità giudiziaria, una misura restrittiva della libertà personale. Il concetto di colpa che assume rilievo quale condizione ostativa al riconoscimento dell’indennizzo non si identifica con la “colpa penale”, venendo in rilievo la sola componente oggettiva della stessa, nel senso di condotta che, secondo il parametro dell’id quod plerumque accidit, possa aver creato una situazione di prevedibile e doveroso intervento dell’Autorità giudiziaria. Anche la prevedibilità va intesa in senso oggettivo, non quindi come giudizio di prevedibilità del singolo soggetto agente, ma come prevedibilità secondo l’anzidetto parametro dell’id quod plerumque accidit, in relazione alla possibilità che la condotta possa dare luogo ad un intervento coercitivo dell’Autorità giudiziaria.

Va, inoltre, considerato che il giudice della riparazione, per stabilire se chi ha patito la detenzione vi abbia dato o abbia concorso a darvi causa con dolo o colpa grave, deve valutare tutti gli elementi probatori disponibili, al fine di stabilire, con valutazione ex ante – e secondo un iter logico-motivazionale del tutto autonomo rispetto a quello seguito nel processo di merito non se tale condotta integri gli estremi di reato, ma solo se sia stata il presupposto che abbia ingenerato, ancorchè in presenza di errore dell’Autorità procedente, la falsa apparenza della sua configurabilità come illecito penale (Sez. 4, n. 9212 del 13/11/2013 – dep. 25/02/2014, Maltese, Rv. 25908201). La valutazione del giudice della riparazione, insomma, si svolge su un piano diverso ed autonomo rispetto a quello del giudice del processo penale e, in relazione a tale aspetto della decisione, egli ha ampia e piena libertà di valutare il materiale acquisito nel processo, non già per rivalutarlo, bensì per controllare la ricorrenza o meno delle condizioni dell’azione (di natura civilistica), sia in senso positivo che negativo, compresa l’eventuale sussistenza di una causa di esclusione del diritto alla riparazione (Sez. U, n. 43 del 13/12/1995 – dep. 09/02/1996, Sarnataro e altri).

  1. L’ordinanza impugnata, dopo aver offerto una ricostruzione della vicenda in cui è rimasto coinvolto il ricorrente, ha fatto corretta applicazione dei principi di diritto enunciati nella giurisprudenza di legittimità in materia. Il Giudice ha respinto la richiesta di indennizzo reputando che l’istante abbia dato o concorso a dare causa, con colpa grave, alla custodia cautelare sofferta.

Ha, in tal senso, individuato la sussistenza delle condizioni ostative nel fatto che il ricorrente, contravvenendo ad una regola prudenziale che avrebbe dovuto consigliargli di non svolgere alcuna attività di mediazione in una vicenda così grave e delicata come quella in cui è rimasto coinvolto C.M. (nel primo pestaggio, la vittima è stata morsa all’orecchio destro con conseguente perdita di sostanza cutanea e cartilaginea), si è prestato a fare da intermediario, intrattenendo ripetuti contatti telefonici con gli usurai ed essendo altresì pienamente a conoscenza dei metodi violenti dagli stessi apprestati per l’ottenimento dell’ingiusto profitto. La condotta del ricorrente, dalle connotazioni fortemente ambigue, è stata dunque sensatamente valutata come idonea ad instillare negli organi della cautela il convincimento di un suo ruolo concorsuale.

Si tratta, afferma la Corte territoriale, di comportamenti certi, non smentiti dalla sentenza di assoluzione, considerato che il P. è stato assolto non per errori nell’identificazione degli interlocutori delle conversazioni intercettate o perchè non fosse certo il suo intervento nella vicenda ma sul presupposto che la sua intromissione fosse diretta all’unico fine di aiutare il C..

L’ordinanza impugnata ben evidenzia come detti comportamenti siano concretamente idonei a far ritenere che il ricorrente si sia sottratto all’osservanza di elementari regole di cautela, con la conseguente creazione di una situazione di partecipazione ad un’attività illecita che ha dato ragionevolmente luogo alla privazione della libertà personale.

Il P. si è, pertanto, esposto a situazioni equivoche di talchè esattamente il Giudice della riparazione ha reputato integrata la causa ostativa al riconoscimento dell’indennizzo. Pur priva di rilevanza penale, la condotta del ricorrente ha contribuito colposamente in maniera decisiva all’emissione della misura cautelare, per le ragioni dianzi esposte.

In proposito, va qui ribadito il costante indirizzo giurisprudenziale di legittimità secondo cui, in tema di riparazione per l’ingiusta detenzione, integra gli estremi della colpa grave ostativa al riconoscimento del diritto, la condotta di chi, nei reati contestati in concorso, abbia tenuto, pur consapevole dell’attività criminale altrui, comportamenti percepibili come indicativi di una sua contiguità (Sez. 4, n. 8914 del 18/12/2014 – dep. 2015, Dieni, Rv. 26243601; Sez. 4, n. 45418 del 25/11/2010, Carere, Rv. 24923701; Sez. 4, n. 37528 del 24/06/2008, Grigoli, Rv. 24121801).

  1. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato. Al rigetto del ricorso segue ex lege la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonchè alla rifusione alle spese sostenute dall’Amministrazione resistente.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonchè alla rifusione delle spese sostenute dall’Amministrazione resistente che liquida in complessivi Euro mille.

Così deciso in Roma, il 20 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 2 novembre 2018

   
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L’avv. Francesca Maria Fabiana Pevarello nasce a Milano il 1.02.1988. Si diploma presso un liceo classico salesiano e consegue nel 2013 la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, con votazione di 110 e lode. La stessa ha collaborato con la cattedra di istituzioni di diritto romano retta dalla Dott.ssa Iole Fargnoli. La professionista ha svolto pratica dapprima nello studio dell’avv. Salvatore Armenio, legale delle maggiori compagnie assicurative italiane ed ora deceduto e poi presso lo studio dell’avv. Fabiana Bravetti, esperta nel settore della responsabilità medica. L’avv. Pevarello dal 17.01.2019 è iscritta all’Ordine degli Avvocati di Milano e ad oggi si occupa di diritto civile, penale e diritto del lavoro, tanto sul piano giudiziale che stragiudiziale, sia in favore di privati che di Enti. La stessa cura costantemente il proprio aggiornamento professionale e le relazioni con il Consiglio dell’Ordine di appartenenza.

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