Ergastolo ostativo: la Cedu condanna l’Italia.

Ergastolo ostativo: la Cedu condanna l'Italia.

Questo articolo viene redatto in collaborazione con il Dott. Henry Fumagalli, esperto in “Droit international et européen” presso la “Faculté de droit de l’universalité de Strasbourg”.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia con riferimento alle norme aventi ad oggetto l’ergastolo c.d. “ostativo”.

Questa pena, come è noto, prevista dall’art. 4 bis cod. penitenziario, può essere comminata solo per delitti molto gravi come quelli, tra altri, di stampo mafioso, sequestro di persona a scopo di estorsione, associazione finalizzata al traffico di droga, riduzione o mantenimento in schiavitù, prostituzione minorile, tratta di persone, acquisto o alienazione di schiavi.

Non sono previsti alcuni benefici come assegnazione ad un lavoro esterno, permessi premio, misure alternative al carcere o liberazione condizionale. Chi viene invece condannato all’ergastolo semplice ha diritto di fruire ad alcuni benefici come permessi-premio o semilibertà. Dopo 26 anni di carcere scontati se il detenuto ha tenuto una buona condotta che è sintomatica di un ravvedimento può accedere alla libertà condizionale. L’art. 58 ter dell’ordinamento penitenziario prevede come unico caso in cui il detenuto può godere di tali trattamenti, la collaborazione con la giustizia.

La decisione della CEDU è scaturita dal ricorso presentato da Marcello Viola, classe 1959 ed attualmente detenuto presso il carcere di Sulmona. Il ricorso è stato presentato tramite l’avvocato Antonella Mascia con l’ex presidente della Consulta Valerio Onida e la professoressa Barbara Randazzo, con l’intervento poi anche degli accademici Andrea Pugiotto, Glauco Giostra, Davide Galliani, Vittorio Manes ed Emilio Santoro, delle associazione “Antigone” e “Nessuno tocchi Caino” e del Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma.

La battaglia contro questa tipologia di ergastolo è stata sostenuta fortemente dal Partito radicale.

Marcello Viola è stato protagonista di episodi di conflitti tra due clan mafiosi tra la metà degli anni ’80 fino al 1996. Il 16 ottobre 1995 la Corte d’Assise di Palmi lo ha condannato a 15 anni in quanto ritenuto responsabile di reati di natura associativa tra il 1990 ed 1992.

La Corte d’Assise d’Appello riduceva poi la pena ad anni 12 e il condannato non proponeva ricorso in Cassazione. Nel settembre 1999 la Corte d’Assise di Palmi lo condannava all’ergastolo per altri fatti connessi ad attività mafiose, omicidio premeditato, sequestro di persona aggravata da morte e detenzione di armi. L’appello contro detta sentenza venne respinto. 

Il 12 dicembre 2008 la Corte d’Assise d’Appello ricalcolava complessivamente la pena comminandola in ergastolo con isolamento diurno per due anni e due mesi. Tra il 2000 ed il 2006 il ricorrente fu sottoposto al regime di detenzione ex art. 41 bis ordinamento penitenziario.

Nel dicembre 2005 il Ministero della Giustizia emanò un decreto che ordinava la prolungazione di questo regime per la durata di un anno. Previa ordinanza del 14 maggio 2006 il Tribunale di Sorveglianza accolse l’appello del ricorrente e mise fine al regime speciale. Successivamente il ricorrente chiese due volte i permessi-premio. La prima richiesta fu rigettata dal Magistrato di sorveglianza nel luglio 2011 in quanto il ricorrente non ha avuto mostrato un comportamento collaborativo. Il 29 novembre del 2011 il Tribunale di sorveglianza rigettò l’appello del ricorrente. Il Tribunale considerò che non sussistessero prove della cessazione del legame con l’associazione per delinquere e che il condannato non ha fatto autocritica sul passato criminale. La seconda richiesta di permessi-premio fu rigettata per gli stessi motivi. Nel marzo 2015 il signor Viola presentò al magistrato di sorveglianza richiesta di liberazione condizionale. Con la sentenza del 26 maggio 2015 il magistrato di sorveglianza ritenne che la liberazione condizionale non potesse essere concessa perché la misura è subordinata alla collaborazione con l’autorità giudiziaria ed alla rottura definitiva del legame tra il condannato e il clan mafioso. Con sentenza del 22 maggio 2016 la Cassazione rigettò ricorso del ricorrente.

Viola ha fatto ricorso alla CEDU invocando art. 3 (divieto di trattamenti disumani o degradanti) in modo autonomo e il combinato disposto dell’art. 3 e 8 (rispetto della vita privata e familiare).

La decisione della Corte. La Corte osserva che il regime applicabile alla reclusione a vita è il risultato della combinazione degli artt. 22 c.p., art. 4 bis ord. Penit e dell’art. 58 ter ord. Penit.

Il condannato per fruire della liberazione condizionale deve fornire alle autorità elementi che comprovino il ravvivamento, facilitare la ricostruzione fattuale de l’identificazione dei responsabili di reato. 

La corte riconosce che il diritto interno italiano offre al condannato la scelta di collaborare o no con la giustizia. La stessa dubita tuttavia della tenuità della scelta e della opportunità della stessa. Ciò perché il diritto italiano compie una equipollenza tra difetto di collaborazione e pericolosità del condannato.

In tal modo la Corte constata che il signor Viola ha deciso di non collaborare con la giustizia. Il motivo principale di rifiuto consisterebbe nel timore di mettere in pericolo la propria vita e quella dei familiari, sostegno i terzi intervenuti. Il difetto di collaborazione non può essere perciò sempre connesso ad una scelta libera e volontaria né giustificato dalla persistente adesione a valori criminali nonché al mantenimento di collegamenti con l’organizzazione mafiosa. La collaborazione potrebbe non riflettere un pentimento o una dissociazione effettiva con il mondo criminale. Il diritto italiano non tiene in questo caso conto di ulteriori elementi che permetterebbero di valutare i progressi compiuti dal detenuto. Esistono altre modalità per dimostrare la dissociazione con il clan mafioso.

La Corte ricorda che il sistema penitenziario italiano offre una grande diversità di strumenti di reinserimento sociale: lavoro esterno, permessi premio, semi-libertà, liberazione condizionale. Tali istituti hanno la finalità di favorire il processo di risocializzazione del detenuto. Orbene, il signor Viola non ha beneficiato di queste occasioni di reinserimento sociale progressivo quando le relazioni carcerarie presentate a motivazione della sua richiesta di liberazione condizionale dimostravano di una evoluzione positiva della personalità del ricorrente. In più il signor Viola ha dichiarato di non aver mai subito sanzioni disciplinari e di aver accumulato dalla condanna cinque anni di liberazione anticipata per i quali non può trarre beneficio a causa del suo difetto di collaborazione di giustizia.

La Corte ritiene che la personalità di un condannato non può rimanere immutabile rispetto al momento della commissione del fatto. La personalità può evolvere durante l’esecuzione della pena e mutare.

Il condannato può fare autocritica e ricostruire la propria personalità. Per fare ciò deve sapere quello che deve fare in modo che la sua liberazione possa essere presa in considerazione.

Secondo la Corte l’assenza della collaborazione con la giustizia determina una presunzione di pericolosità che ha per effetto la privazione del signor Viola di accedere a qualsiasi prospettiva realistica di misure alternative. Mantenendo l’equipollenza tra assenza di collaborazione e presunzione di pericolosità sociale la legge italiana collega in realtà la pericolosità dell’interessato al momento della commissione del reato invece di tener conto del percorso di reinserimento nonché dei progressi compiuti dal momento della condanna. Inoltre la presunzione di pericolosità sociale impedisce al Giudice competente di esaminare la richiesta di liberazione condizionale nonché di capire se il condannato si è evoluto e ha compiuto progressi sul percorso del pentimento. Svolte queste premesse il mantenimento in carcerazione secondo questo regime non è giustificato. Ovviamente la Corte riconosce che i reati per i quali il signor Viola è stato condannato attengono ad un fenomeno particolarmente pericoloso per la società. Tuttavia la lotta contro questo flagello sociale non può giustificare di derogare alle statuizioni contenute nell’art. 3 CEDU che proibiscono in termini assoluti le pene disumane o degradanti. I reati così non gravi non possono impedire di per sé l’esame del ricorso presentato alla Corte per violazione dell’art. 3 come sostenuto dal Governo italiano. Tra l’altro in passato la Corte ha affermato che la funzione di risocializzazione punta in ultima analisi ad impedire la recidiva e a tutelare la società. La Corte ci tiene a ricordare che la dignità umana costituisce il cuore del sistema creato dalla Convenzione ed impedisce di privare una persona della sua libertà senza pensare nel contempo al suo reinserimento e senza concedergli una opportunità di ritrovare un giorno la sua libertà.

In tal modo la Corte considera che l’ergastolo ostativo inflitto al signor Viola in applicazione dell’art. 4 bis legge penitenziaria restringa eccessivamente la possibilità di miglioramento della condizione del detenuto nonché la possibilità di riesaminare la sua pena. Questa pena perpetua non è compatibile con la Convenzione. La constatazione di questa violazione non può essere interpretata come autorizzazione per il ricorrente di ottenere un beneficio imminente. Tra l’altro ricordiamo che nel caso di specie la Corte ha rigettato la richiesta di risarcimento del danno morale.

Gli Stati parte hanno il beneficio di un ampio margine di apprezzamento per decidere della durata utile delle pene carcerarie. Il semplice fatto che una pena di ergastolo possa in pratica essere eseguita nella sua interezza non permette di collocare l’ergastolo nella categoria delle pene conformi alla CEDU. Le pene per essere conformi alla CEDU devono essere suscettibili di riduzione. In conseguenza di ciò la possibilità di riesaminare l’ergastolo implica la possibilità per il condannato di chiedere un beneficio ma non per forza di ottenere la liberazione se costui costituisce sempre un pericolo per la società.

La sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo quindi non entra nel merito dei gravi reati ascritti al condannato, ma critica l’impossibilità per chi dimostra di aver tenuto in carcere una buona condotta ed un cambiamento positivo della personalità, di ottenere una possibilità di riabilitazione. 

Più in particolare ritiene integrata la violazione dell’art. 3 della Convenzione rubricato “divieto di trattamenti disumani e degradanti” in quanto la normativa italiana non consente al condannato per gravi reati di poter accedere a benefici penitenziari a meno che non decida di collaborare e far luce sui fatti (come è noto i casi di esclusione di tale impedimento sono: quanto la collaborazione non è possibile perché si sa già tutto e quando è inesigibile perché il detenuto ha già detto tutto).

La non collaborazione, ad avviso dei Giudici di Strasburgo, non è sempre sintomatica della volontà del detenuto di rimanere criminale, ma spesse volte è dettata da una convinzione di innocenza o dal timore che i familiari possano subire ripercussioni. Inoltre alcuni simulano una collaborazione che poi si rivela mendace solo per ottenere un trattamento premiale.

Il verdetto della Corte non comporta per il detenuto né liberazione, né un indennizzo, ma nel caso di specie sono state liquidati € 6.000,00 per spese legale.

La CEDU invita l’Italia, tramite questa storica decisione ad introdurre, preferibilmente per iniziativa legislativa, una riforma che consenta alle autorità di determinare se durante l’esecuzione il detenuto si sia evoluto.

I voti positivi sono stati di sei giudici (un croato, un greco, un armeno, un finlandese, un sammarinese e un italiano) a fronte del voto dissenziente del togato polacco. La sentenza se non verrà impugnata diventerà definitiva tra tre mesi.

Il 22 ottobre 2019 la Corte Costituzionale discuterà in merito alla costituzionalità dell’ergastolo ostativo. La questione di costituzionalità è stata sollevata con l’ordinanza n. 57913/18 della Suprema Corte di Cassazione su ricorso di Cannizzaro, soggetto condannato per delitti commessi al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dall’art. 416 bis c.p..

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L’avv. Francesca Maria Fabiana Pevarello nasce a Milano il 1.02.1988. Si diploma presso un liceo classico salesiano e consegue nel 2013 la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, con votazione di 110 e lode. La stessa ha collaborato con la cattedra di istituzioni di diritto romano retta dalla Dott.ssa Iole Fargnoli. La professionista ha svolto pratica dapprima nello studio dell’avv. Salvatore Armenio, legale delle maggiori compagnie assicurative italiane ed ora deceduto e poi presso lo studio dell’avv. Fabiana Bravetti, esperta nel settore della responsabilità medica. L’avv. Pevarello dal 17.01.2019 è iscritta all’Ordine degli Avvocati di Milano e ad oggi si occupa di diritto civile, penale e diritto del lavoro, tanto sul piano giudiziale che stragiudiziale, sia in favore di privati che di Enti. La stessa cura costantemente il proprio aggiornamento professionale e le relazioni con il Consiglio dell’Ordine di appartenenza.

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