Il caso Sea Watch

Il caso Sea Watch

Il presente articolo  è stato realizzato con la collaborazione del Dott. Henry Fumagalli, esperto in “Droit international et europèen” laureatosi presso la “Faculté de droit de l’Université de Strasbourg” ed ha lo scopo di illustrare il contenuto della ordinanza di scarcerazione pronunciata dal Tribunale di Agrigento con la quale non è stato convalidato l’arresto di Carola Rackete oltre che la decisione della Corte Europea dei diritti umani emessa in via cautelativa.

Per quanto concerne il primo provvedimento due i delitti per la quale il comandante della motonave Sea Watch è indagata: art. 1110 cod. nav. e per il delitto di cui all’art. 337 cod. pen.

Il primo reato risulterebbe per la Procura integrato in quanto la donna ha intrapreso manovre evasive ai reiterati ordini di alt imposti dalla vedetta della Guardia di Finanza italiana, azionando i motori di bordo ed indirizzando la rotta verso il porto; quindi, dopo aver fatto accesso al porto, si dirigeva verso la banchina del molo commerciale già occupata dalla predetta vedetta (che aveva lampeggianti e luci di navigazione accese)  fino ad urtarla e a stringerla tra la motonave e la banchina.

Il secondo reato ascritto è quello di resistenza a pubblico ufficiale in quanto la comandante non solo teneva la condotta sopra descritta, ma usava violenza contro gli ufficiali presenti a bordo della vedetta mentre compivano atti di polizia marittima e opponeva resistenza all’equipaggio della Guardia di Finanza.

La decisione del Tribunale competente per territorio si fonda sull’analisi della Carta Costituzionale italiana, delle convenzioni internazionali, sul diritto consuetudinario ed il Principi Generali del Diritto riconosciuti dalle Nazioni Unite e, più in particolare, sulle disposizioni che impongono obblighi specifici sia in capo ad i comandanti delle navi che in capo agli Stati contraenti per quanto concerne le operazioni di soccorso in mare.

Occorre dunque ripercorrere sinteticamente l’antefatto della vicenda processuale.

In data 12.06.2019 la nave Sea Watch 3, di bandiera olandese, soccorreva 53 persone nella zona c.d. SAR libica a circa 47 miglia nautiche dalle coste di quel Paese. La situazione di stress veniva segnalata dall’aereo “Calibri” che effettuava il  monitoraggio del mare a distanza ai centri di coordinamento dei soccorsi in  mare dell’Italia, Malta, Olanda e Libia. Alle ore 11.53 la Guardia Costiera libica comunicava alla Sea Watch 3 di voler assumere il coordinamento SAR.

La nave, dal momento che si trovava vicino al luogo dell’evento procedeva a soccorrere le persone in pericolo, informando le autorità precedentemente allertate.

Si avvicinava a quel punto la motovedetta libica che subito dopo si allontanava. A quel punto Carola Rackete chiedeva alle autorità italiane, maltesi, olandesi e libiche, indicazione di un POS. Alle ore 23.00 il competente MRCC libico comunicava l’assegnazione del POS nel porto di Tripoli. Alle ore 14 del 13 giugno 2019 la nave riferiva alla Libia non poteva essere considerato un porto sicuro e richiedeva altro POS o trasbordo su altra unità. Verso le 19 IMRCC Roma comunicava a “Sea Watch 3” di non essere l’autorità competente in base al luogo dove era stato effettuato il soccorso, ma non indicava un POS dove permetter lo sbarco dei naufraghi. La nave si dirigeva dunque a nord. Il 13 giugno ad ore 23 il Ministero dell’Interno Italiano spediva una mail avente valore di notifica, con la quale ribadiva l’obbligo della Sea Watch di rivolgersi all’autorità SAR competete per territorio ed intimava alla stessa di non entrare in acque italiane. Tale richiesta veniva giustificata per motivi di ordine pubblico e di pregiudizio. La sentenza in commento, a questo punto, precisa che i luoghi qualificabili come POS erano solo le coste italiane e maltesi.

Nella notte tra il 13 ed il 14 giugno il natante si avvicinava a Lampedusa pur rimanendo al di fuori delle acque italiane ed il comandante reiterava richiesta di POS sia alle autorità italiane che maltesi. Venivano illustrate le condizioni di grave difficoltà in cui versavano le persone soccorse. Il giorno 14 giugno 2019 sulla Gazzetta Ufficiale italiana veniva pubblicato il noto “Decreto Legge in materia di contrasto all’immigrazione illegale e di ordine di sicurezza pubblica” che, apportando modifiche al TU in materia di immigrazione del 1998, ha inasprito le sanzioni per alcune fattispecie di reato connesse all’immigrazione clandestina.

In data 15 giugno 2019 veniva emanato un provvedimento interministeriale attuativo della nuova normativa con il quale veniva vietato l’ingresso della nave nel mare italiano. Contestualmente veniva disposto un sopralluogo dei medici del CISOM per accertare le condizioni sanitarie dei migranti e 10 venivano trasferiti a Lampedusa.

Il capitano nei giorni seguenti continuava a chiedere assegnazione di POS in Italia segnalando una situazione medico-sanitaria dei migranti grave. La situazione si protraeva ancora a confine sempre con le acque territoriali italiane e veniva richiesto un altro intervento di evacuazione per un migrante. Il 26 giugno 2019 la nave veniva portata in acque italiane senza autorizzazioni di sorta. A questo punto due vedette della Guardia di Finanza  intimavano l’alt e invitavano la comandante a rispettare il divieto emanato dal Ministro dell’Interno in concerto con quello della Difesa e delle Infrastrutture/Trasporti.

Carola Rackete invocava a quel punto lo stato di necessità. La nave giunta al porto attendeva di venire a conoscenza del luogo dove ormeggiare. Un altro migrante veniva trasportato a terra. La Procura di Agrigento in seguito all’annotazione della polizia giudiziaria apriva un fascicolo di indagine a carico del comandante della nave ed il natante veniva sottoposto a perquisizione

Alle ore 01.15 del 29 giugno 2019 la nave avviava i motori e si dirigeva verso il porto di Lampedusa, alle 01.45 urtava contro la vedetta della Guardia di Finanza che cercava di impedire l’attracco.

Il capitano, arrestato, interrogato, sosteneva che la nave aveva preso in carico il 12 giugno i migranti che viaggiavano su un gommone in condizioni precarie e senza giubbotto di salvataggio, sprovvisti di equipaggio e di esperienza nautica.

La sudetta situazione di difficoltà aveva costretto Carola Rackete (interrogata in sede di convalida dell’arresto) a prestare soccorso alle persone trovate in mare in condizioni di pericolo. La scelta di non dirigersi a Tripoli veniva giustificata con il fatto che non era un porto sicuro e in passato si erano verificate diverse violazioni di diritti umani come sostenuto dalla Commissione europea. Per il Tribunale di Agrigento questo corrisponde al vero in quanto così confermavano le Raccomandazioni del Commissario per i diritti umano del Consiglio d’Europa e la più recente giurisprudenza penale.

Malta era troppo lontana e la Tunisia non aveva porti sicuri secondo Amnesty International e ci erano stati casi di diniego di accoglimento migranti, oltre non essendo prevista possibilità per gli stessi di ottenere tutela come rifugiati o asilo politico. La necessità di un porto sicuro era imposta, a parere del capitano, dalla Convenzione di Amburgo del 1979 e il Comitato per la sicurezza dell’IMO. Il porto deve garantire sicurezza i naufraghi, possibilità di sostentamento alimentare e medico per gli stessi e facile organizzazione di trasporto verso la destinazione finale. Sulla scorta di queste conoscenze giuridiche, confortate dalla consulenza di legali di fiducia, il capitano decideva di avvicinarsi a Lampedusa, anche per vicinanza geografica. Lo stesso afferma di avvisato più volte le autorità competenti perché sull’imbarcazione c’erano casi urgenti. Per 14 giorni ha cercato di non infrangere la legge, ma lo stato di necessità, il grave disagio psicologico dei migranti e lo stato di necessità. Ciò anche perché le promesse della Guardia di Finanza italiana di trovare al più presto una soluzione politica, erano state disattese. I migranti erano quasi in stato di sommossa e la preoccupazione cresceva anche tra i medici ed i membri dell’equipaggio.

Il Tribunale di Agrigento, si legge nel provvedimento, ha avvallato la decisione del capitano in quanto conforme all’art. 18 della Convenzione del Mare che prevede la possibilità di passaggio ed ancoraggio in casi di non ordinaria difficoltà e per prestare soccorso alle persone in pericolo. Inoltre il capitano e le autorità nazionali sono tenute, ai sensi dell’art. 10 ter d.lgs. 286/98 a prestare soccorso e prima assistenza allo straniero rintracciato in costanza di attraversamento irregolare della frontiera interna o esterna o giunto in territorio nazionale a seguito di operazioni di salvataggio in mare. La “Sea Wach 3” inoltre, si rileva, era già ben due giorni in acque territoriali. L’Italia si deve adeguare alle convenzioni internazionali in virtù della gerarchia delle fonti ed alle normative richiamate. Il provvedimento ministeriale adottato in data 15 giugno 2019 non poteva dunque comprimere gli obblighi gravanti su Carola Rackete. Inoltre tale divieto di ingresso in acque territoriali italiane era passibile solo di sanzione amministrativa ai sensi art. 11 c.1 ter TU immigrazione modificato dal c.d. decreto sicurezza bis.

Svolte queste considerazioni il Tribunale non ritiene integrati i delitti contestati dalla Procura in capo al capitano:

  1. non è stato commesso il reato di cui all’art. 1100 codice della navigazione in quanto le unità navali della Guardia di Finanza sono considerate navi da guerra solo quando operano fuori dalle acque territoriali o in porti esteri ove non ci sia una autorità consolare. Nel caso di specie la nave della Guardia di Finanza operava nel Poro di Lampedusa;
  2. Residua solo l’ipotesi di cui all’art. 337 c.p. (resistenza al pubblico ufficiale), ma in portata ridotta. L’aver posto in essere una manovra pericolosa nei confronti dei pubblici ufficiali a bordo della motovedetta è stato voluto e calcolato.
  3. Nonostante il reato sia astrattamente ascrivibile a Carola Rackete, la stessa ha agito per adempimento di dovere e la sua condotta risulta dunque essere scriminata ai sensi dell’art. 51 c.p. in virtù dei richiami normativi esplicati in narrativa. L’art. 11 comma ter d.lgs. 286/98 non può trovare applicazione dunque in quanto prevale l’art. 10 ter avente ad oggetto l’obbligo di soccorso e di conduzione presso gli appositi centri di assistenza. In ogni caso, si rileva, la violazione del primo articolo comporta solo una sanzione amministrativa. L’adempimento del dovere poi, scriminante ravvisata in capo al capitano, non si esaurisce solo nella mera presa a bordo dei naufraghi ma anche nella loro conduzione ad un porto sicuro. Le norme a cui Carola Rackete si è dovuta attenere non sono solo quelle proprie dell’ordinamento giuridico italiano, ma anche quelle internazionali che l’ordinamento giuridico italiano incorpora.

Questo, per quanto concerne il provvedimento italiano, per quanto riguarda quello della CEDU, il capitano aveva fatto ricorso, assieme a 40 persone provenienti da varie nazioni (tra cui Mali, Costa d’Avorio, Ghana, Burkina Faso, Niger e Guinea), ma la Corte ha deciso di non indicare un provvedimento provvisorio da attuare allo Stato Italiano. La Corte aveva tuttavia rammentato al Governo Italiano che compete allo stesso occuparsi dell’assistenza e delle cure necessarie delle persone che si trovavano a bordo della nave in una situazione di vulnerabilità, in considerazione della loro età e del loro stato di salute.

In effetti, in forza dell’art. 39 del Regolamento della Corte medesima, la stessa ha la facoltà di indicare quali provvedimenti provvisori debbano emanare, ai sensi della Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo. I provvedimenti provvisori sono misure urgenti che, in applicazione della giurisprudenza stabilita dalla Corte, trovano applicazione solo in caso di rischio imminente di danno irreparabile.

Lo scopo del ricorso era quello di permettere lo sbarco dei migranti. Secondo una ispezione sanitaria effettuata a bordo della nave il 15 giugno 2019, dieci persone furono autorizzate a sbarcare: si trattò di tre famiglie, di minori e donne in stato di gravidanza. Altre persone furono autorizzate a lasciare l’imbarcazione nella notte tra il 21 ed il 22 giugno, sempre per motivi di salute. In data 17 giugno 2019 venne adito il TAR del Lazio in forza di una procedura cautelare con l’intento di ottenere la sospensione dell’esecutorietà del provvedimento interministeriale di divieto di introdursi nelle acque territoriali italiane. Il ricorso venne respinto in data 19 giugno. Nel provvedimento del TAR sottolinea che le persone vulnerabili, tra cui minorenni e donne in stato di gravidanza erano state fatte scendere il 15 giugno e dalla nave non erano arrivati avvisi di altri soggetti deboli a bordo. Quindi non vi erano motivi eccezionali, urgenti e seri tali da giustificare l’attuazione di misure urgenti. Ecco dunque che venne presentato ricorso alla CEDU invocando da parte dell’Italia la violazione degli artt. 2 e 3 della Cedu, il primo posto a tutela della vita ed il secondo che vieta il ricorso a pene o trattamenti disumani o degradanti. I ricorrenti desideravano sbarcare per chiedere asilo politico o comunque per essere condotti in un posto sicuro. La Corte Europea sottopose domande alle Parti chiedendo loro di far pervenire le repliche entro lunedì 24 giugno 2019. Le domande rivolte al Governo Italiano riguardavano il numero di persone fatte sbarcare dalla nave, la loro vulnerabilità, le misure che lo stesso intendeva emanare nonché la situazione in corso a bordo della nave. Le domande rivolte ai ricorrenti riguardavano invece le condizioni fisiche e psicologiche dei ricorrenti e la loro vulnerabilità. Il 25 giugno 2019, dopo l’esame delle repliche ricevute, la Corte riunita nella formazione c.d “camerale” deliberò di non indicare al Governo Italiano misure provvisorie o lo sbarco in Italia, solo un obbligo di assistenza, come già detto. Questo per quanto concerne il profilo cautelare.

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L’avv. Francesca Maria Fabiana Pevarello nasce a Milano il 1.02.1988. Si diploma presso un liceo classico salesiano e consegue nel 2013 la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano, con votazione di 110 e lode. La stessa ha collaborato con la cattedra di istituzioni di diritto romano retta dalla Dott.ssa Iole Fargnoli. La professionista ha svolto pratica dapprima nello studio dell’avv. Salvatore Armenio, legale delle maggiori compagnie assicurative italiane ed ora deceduto e poi presso lo studio dell’avv. Fabiana Bravetti, esperta nel settore della responsabilità medica. L’avv. Pevarello dal 17.01.2019 è iscritta all’Ordine degli Avvocati di Milano e ad oggi si occupa di diritto civile, penale e diritto del lavoro, tanto sul piano giudiziale che stragiudiziale, sia in favore di privati che di Enti. La stessa cura costantemente il proprio aggiornamento professionale e le relazioni con il Consiglio dell’Ordine di appartenenza.

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