Cannabis light e droghe leggere: la posizione della Cassazione tra ragioni sistematiche, applicazione del principio di offensività e risvolti pratici.

Cannabis light e droghe leggere: la posizione della Cassazione tra ragioni sistematiche, applicazione del principio di offensività e risvolti pratici.

a cura del Dott. Matteo De Renzi

Cassazione Penale, Sezioni Unite, sentenza del 30 maggio 2019 n. 30475

Le Sezioni Unite della Suprema Corte si sono pronunciate su un tema molto dibattuto, ovvero quello della punibilità penale, ai sensi dell’art. 73, commi 1 e 4, del D.P.R. 309/90, della commercializzazione della c.d. “canapa light”.

La tematica è di massima rilevanza, posto che negli ultimi anni, ormai è senza ombra di dubbio agli occhi di tutti, il proliferare incessante di negozi che vendono i prodotti derivati dalla lavorazione della canapa light, specularmente si registra anche la nascita di associazioni che operano per la sensibilizzazione del tema droghe leggere, rispetto all’opinione pubblica.

La sentenza in commento, prendendo le mosse dalla legislazione vivente, offre un ottimo spunto per l’individuazione della tipicità della fattispecie penale coinvolta nella materia, nello specifico si deve premettere, infatti, che il Testo Unico sulle sostanze stupefacenti, attualmente in vigore, non prevede alcuna diversificazione in base alla varietà botanica della canapa.

Ciò ha alimentato, l’orientamento giurisprudenziale basato sulla lettera della legge che ritiene indifferente la punibilità o meno in base al principio attivo rinvenibile nella coltivazione o al fatto che la pianta sia giunta a maturazione, poiché comunque aderente al tipo botanico vietato dalla legge.

In particolare, il D.P.R. n. 309 del 1990, art. 14, comma 1, lett. b), come sostituito dal D.L. n. 36 del 2014, art. 1, comma 3, cit., il quale detta i criteri per la formazione delle tabelle che includono le sostanze stupefacenti sottoposte a vigilanza, stabilisce che nella tabella II sia indicata “la cannabis e i prodotti da essa ottenuti“, senza effettuare alcuna distinzione rispetto alle diverse varietà.

Come evidenziato dalla sentenza in esame “La piana lettura delle disposizioni indicate evidenzia la precisa volontà del legislatore del 2014 di qualificare la cannabis quale sostanza stupefacente, in ogni sua varietà. Ciò si evince inequivocabilmente dalla L. n. 79 del 2014 che, nel convertire il D.L. n. 36 del 2014, ha operato una modifica di ordine sostanziale alla tabella II, indicando la cannabis – ed i suoi derivati – senza effettuare alcun riferimento alla specie indica

Pertanto, proseguono le Sezioni Unite “la coltivazione della cannabis e la commercializzazione dei prodotti da essa ottenuti, quali foglie, inflorescenze, olio e resina, secondo la testuale elencazione contenuta nella tabella II, in assenza di alcun valore soglia preventivamente individuato dal legislatore penale rispetto alla percentuale di THC, rientrano nell’ambito dell’art. 73, commi 1 e 4, T.U. stup.. Detta fattispecie, infatti, incrimina, oltre alla coltivazione, la produzione, la fabbricazione, l’estrazione, la raffinazione, la vendita, l’offerta o la messa in vendita, la cessione o la ricezione, a qualsiasi titolo, la distribuzione, il commercio, l’acquisto, l’esportazione, l’importazione, il trasporto, il fatto di procurare ad altri, l’invio, il passaggio o la spedizione in transito e la consegna per qualunque scopo o comunque l’illecita detenzione al di fuori dell’ipotesi dell’uso personale, delle sostanze stupefacenti di cui alla tabella II, dell’art. 14, T.U. stup.” (cfr. Cass. Sez. Un. 30/05/2019 n. 30475).

Ciò detto, appare indifferente allora ancorare la punibilità della commercializzazione della canapa a qualunque scopo venga effettuata, alla verifica del principio attivo THC contenuto nella pianta, poiché anche il Testo Unico sulle sostanze stupefacenti non pone alcun limite in tal senso, salvo verificare in concreto, l’efficacia drogante o meno della coltivazione, ovvero la messa in pericolo del bene protetto dalla norma, come meglio si preciserà più avanti.

 A generare confusione nell’interpretazione della legge e di conseguenza nell’opinione pubblica, allo stato normativo della legislazione penale, sopra richiamato, si è aggiunto l’intervento normativo della L. 2 dicembre 2016, n. 242, recante Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della cannabis sativa L.

Tale intervento legislativo, a ben vedere, non si pone in contrasto con la disciplina normativa di cui al Testo Unico sulle sostanze stupefacenti, essendo tale previsione in linea con l’art. 26, comma 2, T.U. stup., il quale prevede un’eccezione al divieto di coltivazione della canapa nel territorio nazionale.

Pertanto, la coltivazione industriale di cannabis sativa L., promossa dalla L. 242 del 2016, rientra tra le coltivazioni di canapa per la produzione di fibre o di altri usi industriali, diversi da quelli farmaceutici, per le quali non opera il divieto di coltivazione di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 26.

Ed invero, la L. n. 242 del 2016, art. 1, comma 2, stabilisce che le coltivazioni di cui si discorre “non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”.

Quindi, l’intervento normativo che ha dato il via alla proliferazione dei negozi che commerciano i derivati della cannabis sativa L. è stato concepito al solo ed unico scopo di promuovere il settore agroalimentare, essendo estraneo alla disciplina del D.P.R. 309/90.

Come rilevato dalla sentenza delle S.U. in commento “il legislatore del 2016 ha disciplinato lo specifico settore dell’attività della coltivazione industriale di canapa, funzionale esclusivamente alla produzione di fibre o altri usi consentiti dalla normativa dell’Unione Europea, attività che non è attinta dal generale divieto di coltivazione, come sancito dal T.U. stup., pure a seguito delle recenti modifiche introdotte all’art. 26, comma 2, T.U. stup., dal ricordato D.L. n. 36 del 2014”.

Orbene, a questo punto occorre analizzare l’intervento normativo in questione al fine di verificare quale siano le attività nella filiera agroalimentare della canapa sativa L consentite, non senza rilevare che essendo una disciplina eccezionale, deve essere interpretata tassativamente, in quanto eccezione del relativo divieto di cui al Testo Unico sulle sostanze stupefacenti, stante il divieto di applicazione analogica delle leggi eccezionali.

L’elenco dei prodotti che è possibile ottenere, elencati dall’art. 2, comma 2, L. n. 242 del 2016, dalla coltivazione delle varietà di canapa di cui si discorre (cannabis sativa L.) sono: 

1) alimenti e cosmetici prodotti esclusivamente nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori;

2) semilavorati, quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico; 

3) materiale destinato alla pratica del sovescio;

4) materiale organico destinato ai lavori di bioingegneria o prodotti utili per la bioedilizia; 

5) materiale finalizzato alla fitodepurazione per la bonifica di siti inquinati;

 6) coltivazioni dedicate alle attività didattiche e dimostrative nonche di ricerca da parte di istituti pubblici o privati; 

7) coltivazioni destinate al florovivaismo.

            Ciò posto, appare evidente allora che il legislatore non ha inteso in nessun modo autorizzare la vendita dei derivati della canapa sativa L. ovvero di foglie, olio, hashish e infiorescenze. Salvo considerare che una percentuale di tali prodotti potrebbe essere commercializzata come alimento nel rispetto delle discipline di settore oppure per attività di florovivaistica in quale potrebbe rientrare forse il collezionismo.

Sulla scorta di tali argomentazioni, la Sezioni Unite in commento hanno rilevato pertanto che: “merita condivisione l’orientamento giurisprudenziale che, muovendo dal rilievo che la L. 2 dicembre 2016, n. 242 ha previsto la liceità della sola coltivazione della cannabis sativa L. per le finalità espresse e tassativamente indicate dalla novella, ha affermato che la commercializzazione dei derivati della predetta coltivazione, non compresi nel richiamato elenco, continua a essere sottoposta alla disciplina del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Sez. 6, n. 56737 del 27/11/2018, Ricci, cit.)”.

La decisione della sentenza in commento appare il frutto della semplice lettura del dato normativo, seppur intricato, posto gli interventi succedutesi nel tempo, come sopra rilevato e le attività consentite con l’intervento del 2016 che hanno aperto spazi interpretativi, in assenza di un divieto preciso alla commercializzazione dei derivati della cannabis sativa L. Posto che la legge posteriore prevale su quella anteriore, secondo il noto brocardo “lex posterior derogat priori”, anche se sembra da escludersi un’abrogazione tacita del generale divieto di coltivazione e messa  in vendita della canapa contenuto nel Testo Unico stup. ad opera della L. 2 dicembre 2016, n. 242. Considerato il diverso ambito normativo su cui si è innestata quest’ultima legge, ovvero il settore agroalimentare.

Pertanto, si deve concludere che attualmente la vendita o la commercializzazione dei prodotti della cannabis sativa L., non rientranti nell’ambito delle categorie previste dalla L. 2 dicembre 2016, n. 242, integra gli estremi del reato di cui all’art. 73, commi 1 e 4, D.P.R. 309/90.

Come detto, infatti, la lettera della legge esclude che possa essere autorizzata la vendita al pubblico dei derivati della cannabis sativa L. ovvero di foglie, infiorescenze, olio e resina, per scopo ricreativo, salvo come detto, la vendita nel rispetto della disciplina di settore, degli alimenti contenti tali derivati, oppure delle colture per scopi florovivaistici, unici prodotti che potrebbero rispettare le categorie previste dall’intervento normativo della L. 2 dicembre 2016, n. 24,2 al fine della commercializzazione dei derivati nei negozi aperti al pubblico.

            A questo punto, però, è interessante soffermarsi sul principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite, nella sentenza in commento, poiché pur rilevando la tipicità al fatto di reato di cui all’art. 73, commi 1 e 4, D.P.R. 309/90, della commercializzazione dei derivati della cannabis sativa L., le Sezioni Unite hanno delegato al giudice di merito, la verifica dell’offensività, in concreto, del fatto in giudizio.

Ed invero, è stato affermato il seguente principio di diritto: “La commercializzazione al pubblico di cannabis sativa L. e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicabilità della L. n. 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà ammesse e iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’art. 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002 e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati, sicché  la cessione, la vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico dei derivati della coltivazione di cannabis sativa L., quali foglie, inflorescenze, olio, resina, sono condotte che integrano il reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, anche a fronte di un contenuto di THC inferiore ai valori indicati dalla L. n. 242 del 2016, art. 4, commi 5 e 7, salvo che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività”.

Ciò detto, ai fini della punibilità della coltivazione non autorizzata di piante, dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, spetta al giudice verificare in concreto l’offensività della condotta ovvero l’idoneità della sostanza ricavata a produrre un effetto drogante rilevabile, come già affermato nella giurisprudenza meno recente (Conforme, Sez. U. 24 aprile 2008, Valletta, non massimata); (Vedi Corte Cost. n. 360 del 1995 e n. 296 del 1996); (Sez. U, n. 28605 del 24/04/2008 – dep. 10/07/2008, Di Salvia, Rv. 239921). Pertanto, la condotta è inoffensiva soltanto se essa è priva della concreta attitudine ad esercitare, anche in misura assai limitata, minima, l’effetto psicotropo evocato dal già richiamato D.P.R., art. 14. Esulano, quindi, dalla sfera dell’illecito solo le condotte afferenti a quantitativi di stupefacente talmente tenui, quanto alla presenza del principio attivo, da non poter indurre, neppure in misura trascurabile, la modificazione dell’assetto neuropsichico dell’utilizzatore; per converso, anche dosi inferiori a quella media singola ben possono configurare il delitto in esame (Sez. 4, n. 21814 del 12/05/2010, Renna, Rv. 247478).

Si tratta di principi recentemente ribaditi anche Corte Costituzionale, chiamata ad occuparsi della legittimità del reato di coltivazione di piante stupefacenti, nel caso in cui la condotta sia funzionale all’uso personale delle sostanze ricavate (Corte Cost., sent n. 109 del 2016). Il Giudice delle leggi, nel dichiarare non fondata la questione, ha ribadito la validità del canone ermeneutico fondato sul principio di offensività, operante anche sul piano concreto, nel momento in cui il giudice procede alla verifica della rilevanza penale di una determinata condotta

A questo punto, non può allora più dubitarsi, che il fatto di reato, oltre ad essere colpevole ed antigiuridico, deve necessariamente essere anche offensivo per il bene protetto dalla norma o, quantomeno, essere idoneo a metterlo in pericolo e nel caso della canapa light, non sussiste il pericolo per la salute pubblica, poiché nella maggior parte dei casi non è idonea a produrre un effetto drogante, stante il suo irrisorio contenuto di THC.

Inoltre, l’incertezza dal dato normativo di riferimento, nel caso del commerciante di canapa light si riflette necessariamente nel dolo del fatto tipico, aprendo spazi di non punibilità per chi si trova imputato per aver commercializzato tali prodotti, senza dimenticare il legittimo affidamento del cittadino che magari ha ottenuto, da parte della Pubblica amministrazione il rilascio dell’autorizzazioni per l’apertura di un negozio ex novo al fine di vendere tali prodotti sul mercato. Ipotesi questa aderente alla realtà.

Interessante notare, infatti, che in base ai fatti di cronaca in data 26/01/2020, emerga che la Procura delle Repubblica di Taranto, prendendo le mosse proprio dalla sentenza delle Sezioni Unite sulla canapa sativa L., ha chiesto ed ottenuto l’archiviazione per le 56 persone coinvolte nell’indagine “Affari in fumo”, condotta dalla Guardia di finanza, che aveva portato al sequestro nel 2018 di oltre 1 tonnellata di infiorescenze di canapa sativa (https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/26/cannabis-light-56-archiviazioni-dopo-un-maxi-sequestro-i-pm-norme-non-sono-chiare-chi-la-vende-non-sa-di-commettere-un-reato/5685701/), pur disponendo il GIP la confisca di quanto in sequestro poiché, come detto, i derivati della canapa sativa L., allo stato attuale non sono commerciabili.

Allora, l’occasione per sistemare l’intricato impianto normativo è come al solito, rimessa nelle mani del legislatore che, però, pur avendone avuto la possibilità, non è riuscito, per ragioni non solo politiche ma anche giuridiche, ad approvare l’emendamento al decreto Milleproroghe sulla liberalizzazione della cannabis light, il quale è stato dichiarato inammissibile in data 23/01/2020 in quanto non attinente alle materie oggetto dei decreti-legge all’esame della Camera. Così testualmente: “Non possono ritenersi ammissibili le proposte emendative che non siano strettamente attinenti alle materie oggetto dei decreti-legge all’esame della Camera – ricorda la commissione – ma solo gli emendamenti recanti proroghe di termini, anche riferiti a termini già scaduti al momento dell’entrata in vigore del decreto-legge, previsti da disposizioni di rango legislativo, anche laddove tali proposte emendative rechino norme volte a introdurre ulteriori disposizioni rispetto a quelle di proroga, purché connesse o consequenziali alle medesime disposizioni di proroga, nonché proposte emendative strettamente connesse e consequenziali a disposizioni, diverse da quelle recanti proroghe, previste nel testo del decreto-legge”(https://www.repubblica.it/economia/2020/01/23/news/milleproroghe_stop_all_emendamento_sulla_liberalizzazione_della_cannabis_light-246476681/?refresh_ce).

L’emendamento intendeva infatti aggiungere alla legge del 2016 i “prodotti e preparati contenenti cannabidiolo (CBD) il cui contenuto di tetraidrocannabinolo (THC) non sia superiore allo 0,5 per cento, per qualsiasi uso derivanti da inflorescenze fresche ed essiccate e oli” tra quelli che si possono ottenere dalla coltivazione e trasformazione della canapa sativa L. ed essere immessi in commercio.

Infine, in questo non chiaro quadro legislativo e normativo, a fare confusione nell’opinione pubblica, purtroppo non in grado di districarsi su tali tematiche né di approfondire la questione in modo giuridico è intervenuta di recente, una sentenza delle Sezioni Unite, sulle droghe leggere la quale, per ora solo comunicando un’informativa provvisoria ha statuito che: “Il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente; devono però ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore” (Cass. pen., Sezioni Unite, ud. 19 dicembre 2019, informazione provvisoria n. 27 Presidente Carcano, Relatore Andronio).

Infatti, su tutti i quotidiani telematici e cartacei, così come nei principali organi di stampa, la notizia che ha fatto eco a seguito di tale informazione provvisoria è stata generalmente quella che “la Cassazione ha legalizzato la coltivazione domestica della marijuana per uso personale” creando, come accennato, ancora più confusione nell’opinione pubblica (https://www.ilsole24ore.com/art/cannabis-si-coltivazione-casa-uso-personale-ACn47V8).

In attesa di leggere le motivazioni di quest’ultima pronuncia, un dato sembrerebbe essere certo, in questa decisione è stato valorizzato il principio di offensività, il quale dovrebbe essere tenuto presente anche dal legislatore, che a prescindere dalle scelte politiche su una tematica tanto delicata quale quella delle droghe leggere, non può criminalizzare fatti che non siano anche offensivi per il bene giuridico protetto dalla norma. Posto che il bene della salute pubblica si riferisce non al singolo ma alla collettività, non essendo quindi lesa la salute pubblica dal mero possesso di un singolo individuo di una modica coltivazione di canapa per uso personale.

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